Vista da fuori-Firenze la difficilissima coabitazione tra Enrico Rossi e Matteo Renzi poteva non essere percepita a dovere: sembravano al massimo due amministratori come tanti, divisi dal solito personalismo da primedonne, di quelle che frequentemente si incontrano tra i professionisti della politica: il primo – anagraficamente parlando, già sindaco di Pontedera e poi assessore e presidente della Regione, il secondo presidente della Provincia, poi sindaco di Firenze, infine segretario del PD e capo del Governo.

Nasce un vero duello ?

Non si sono mai scontrati faccia a faccia, i Due Signori toscani: un pisano trasferito a Firenze, un fiorentino trasferito a Roma. Poi, il casus belli: la sfida per la guida del Partito Democratico, due visioni diametralmente opposte della società e del futuro (dunque non solo del ‘partito’) e la rottura, ormai del tutto insanabile, quando Renzi si dimette aprendo la strada al Congresso e Rossi che lascia il PD.

Non si tratta in realtà di una sorpresa: prima di raggiungere le prime pagine dei quotidiani nazionali e le aperture dei tigì di prima serata, non erano pochi i testimoni, diretti e indiretti, di quanto fosse pesante l’aria che divideva da anni questi due ‘separati-in-casa’. Non occorreva fare ricorso a eccessi di fantasia per capire che prima o poi la rottura si sarebbe consumata con tutte le formalità che il caso richiede.

Tra Renzi e Rossi è (e lo sarà soprattutto nel prossimo futuro) un duello rusticano di prim’ordine, quello di due Sinistre allo scontro finale. Quella di Enrico, massimalista, gramsciana (ma recentemente autoproclamatasi ‘socialista’) e quella di Matteo, riformista  –  fino ai dubbi di molti che non fosse nemmeno di centrosinistra (proclamatasi sin dalle origini ‘rottamatrice’). Risultato: la prevedibile e nemmeno così sofferta ‘scissione’. Più semplicemente: una separazione consensuale, senza ulteriori e inutili infingimenti. Un allontanamento reciproco, a ben vedere naturalissimo: scritto nei malumori e nelle insofferenze che serpeggiavano anche negli stessi uffici, per dirne due, di Comune e Regione.

La Festa dell’Unità un palco condiviso dai due

E pensare che, in un grande partito Laburista o in un vero partito Democratico (ma all’americana) avrebbero potuto rappresentare un ticket fantastico per la sfida a Grillo e (come dicono loro) ‘alla Destra’. Invece, per decine di motivi, non è andata così: Rossi e Renzi, che si dice mal sopportassero anche di condividere il palco della Festa dell’Unità (non parliamo della tensione nelle rare occasioni istituzionali durante le quali i Due accettavano di incrociarsi), hanno preso strade diverse, avviando gli equilibri politici regionali verso direzioni incerte e, per il centro-sinistra toscano, insidiosissime: Lega e Cinquestelle affilano le spade, soprattutto adesso che i due rivali piddì hanno deciso di disseppellire l’ascia di guerra.

Nel 2018 si vota ?

Rossi vuole Roma, almeno nella forma di quel seggio parlamentare che Renzi difficilmente gli avrebbe ‘concesso’ per scongiurare alla Toscana il voto anticipato. Rossi non ha atteso dinieghi o rinvii: prevedibile capolista toscano e forse leader della nuova formazione politica della sinistra italiana, ha il Senato (o la Camera) ormai nel centro del mirino. Qualora il treno si avviasse nella direzione da lui sperata, si tratterebbe di elezioni regionali alle porte, in contemporanea con quelle politiche, nel prossimo autunno o poco più in là nell’inverno del 2018: pronti, si vota?

Andrea A. Bonacchi