E’ tornato ad infiammarsi il dibattito (forse sarebbe meglio definirlo “scontro politico”, con reciproche accuse di lassismo o allarmismo) dopo l’ennesimo episodio in cui un comune cittadino, con regolare porto d’armi, di fronte a un’intrusione furtiva, da vittima si è trasformato in carnefice, sparando e uccidendo uno dei malintenzionati introdotti nella sua proprietà

Si riapre così un vecchio confronto, mai risolto nei fatti, malgrado l’avvicendarsi negli ultimi 20/25 anni di governi di centrodestra e centrosinistra, tecnici e bipartisan, che avrebbero potuto intervenire in una direzione o nell’altra per dare una svolta a questo frequente ripetersi di episodi che mettono a dura prova commercianti, imprenditori, professionisti, padri e madri di famiglia.

Tant’è: la cronaca … Stavolta non è toccato al gioielliere Corazzo, al benzinaio Stacchio, al meccanico Diana, al tabaccaio Birolo, al pensionato Sicigliano, ma al ristoratore Cattaneo: cambiano alcuni (talvolta non pochi) dettagli della vicenda, resta la violazione della serenità di un cittadino lavoratore, cui vengono messi a rischio i beni della sua attività o i suoi affetti più cari. Cambia la nazionalità, ma resta un cadavere a terra, pur trattandosi di quello dei uno dei malintenzionati di turno.

La riforma del 2006

La domanda è: anche in questi casi-limite, la difesa armata è sempre legittima, in ogni sua proporzione? A ben vedere, l’articolo 52 del Codice Penale, quello “incriminato” sulla legittima difesa, che da alcune parti – Salvini e Meloni in primis – è considerato fin troppo a tutela dei malviventi, è stato modificato con la legge del 13 Febbraio 2006, la 59 “(…) in materia di diritto all’autotutela in un privato domicilio”. Una legge che ha aperto in qualche modo le maglie all’autodifesa.

La legge italiana, a seguito di questa novazione di soli 11 anni fa, ha ridotto le ipotesi in cui la persona che spara per difendersi rischia di ritrovarsi sul banco degli imputati o, comunque, a doversi difendere anche dall’accusa di omicidio. Restano però fattispecie di “eccessi” di tipo colposo sui quali, in modo pressochè automatico, gli inquirenti avviano un’indagine. E’ il caso di quanto accaduto pochi giorni fa a Casaletto Lodigiano: il ristoratore ha udito nottetempo rumori nel suo negozio posto al piano inferiore della sua, si è armato del proprio fucile da caccia, senza sprezzo del pericolo, ha raggiunto rapidamente la sua attività commerciale e, a seguito di una breve colluttazione, pare mentre si dava alla fuga, ha sparato mortalmente alla schiena di uno dei tre ladri, il cui corpo è stato trovato poco lontano.

E ora che altro fare?

Ipotesi di riforma che consentano portodarmi-facile o sulla scia dello slogan “la difesa è sempre legittima”, quando essa significhi premere il grilletto e far fuoco nella direzione dell’offensore, sono stato suggerite da alcuni rappresentanti della destra, ma alla prova dei fatti non hanno mai raggiunto un numero sufficiente di consensi per tradursi in una legge ancora più permissiva. C’è peraltro da chiedersi se la soluzione al problema sia quello che tutti possano munirsi di pistola nella fondina sottogiacca o della beretta nella borsetta, o se sia concepibile che un padre di famiglia stia sempre in allerta col fucile accanto al divano.
Senza essere in balia delle scorribande di criminali senza scrupoli, la ricetta del “più armi per tutti”, col rischio di esporre gli stessi possessori a rischi sempre maggiori, può essere l’indirizzo da seguire? O sarà forse necessario rivedere dotazioni, organizzazione e, non di meno, l’efficienza delle Forze dell’Ordine, unite alla tanto declamata “certezza della pena” che troppo raramente garantisce per i responsabili di alcuni reati di restare in carcere per il tempo necessario per non nuocere alla collettività?

Andrea A. Bonacchi