Si é svolta ieri, all’interno della splendida cornice delle Librerie Universitarie di Novoli, la presentazione del romanzo L’innocenza della fuga, romanzo di Alejandro Nicolas Cunial.

Lo scrittore, nato a Mendoza il 17 ottobre 1989, vive da sempre a Treviso.

Di seguito, la chiacchierata che abbiamo fatto con lui.

Come e quando hai sviluppato la passione verso la scrittura?
Normalmente rispondo sempre con una battuta: in prima elementare quando mi hanno insegnato a scrivere. Sostanzialmente é iniziata lì, poi si é sviluppata nel tempo e in particolar modo alle medie perché facevamo molto esercizi per la scrittura come saggi o articoli di giornale, e a me piacevano così tanto che ne facevo anche più di quanti me ne chiedevano. Poi spesso me li facevano leggere in classe perché ai tempi ero ancora una persona molto spensierata e quindi facevo anche molto ridere. Già in quel momento si é creato un feeling con la voglia di scrivere. Poi fortunatamente alle superiori ho trovato dei professori molto bravi che mi hanno fatto appassionare ancora di più alla letteratura. Inoltre, anche nella mia vita personale ho incontrato persone colte e trasportanti da questo punto di vista. Comunque l’episodio più importante é stato rappresentato dalla morte del mio migliore amico, seguito da un periodo molto brutto caratterizzato anche dall’uso di sostanze. In questo periodo ho sofferto di insonnia, perciò mi mettevo a bere e scrivere. A un certo punto smisi di scrivere questo insieme di ricordi, volontà, piccoli racconti su quello che avrei voluto fare con questa persona e lo feci leggere alla mia ragazza dell’epoca. Sua madre infatti aveva dei contatti a livello letterario, tanto che venne letto anche da un’altra persona e mi dissero che tutto sommato il prodotto era valido e che avrei dovuto semplicemente sistemarlo un po’. Alla fine, col desiderio di ricordare positivamente questa persona che se ne era andata, trovai un editore. Questo però si rivelò un fallimento perché loro non fecero nessuna correzione e quindi il libro uscì pieno di refusi. Da lì in poi mi sono orientato molto sulla poesia anche se nel frattempo ho trovato modo di scrivere questo romanzo.


Il tema della “fuga”, alla base del tuo libro, é un qualcosa che fa parte delle vite dei giovani. Cosa ci dici a riguardo?
Credo che il sentimento di fuga venga associato ad una idea di “movimento”. In realtà io penso che purtroppo le nostre generazioni abbiano vissuto una serie di paradossi, sopratutto quelli del lavoro e della specializzazione. Noi giovani non abbiamo avuto la “corsa del lavoro” come ad esempio per le fabbriche dei decenni scorsi. Per questo abbiamo deciso di continuare a studiare per specializzarsi in ciò che ci piace. Per noi la fuga é ambivalente: può essere verso l’esterno oppure rimanere statica. Da un lato pensiamo che all’esterno possano esserci le possibilità di valorizzare il nostro talento, dall’altro abbiamo paura di muoverci perché siamo spaventati da ciò che c’é fuori. Non abbiamo ancora sviluppato quella sensazione per cui la mobilità é un qualcosa di perfettamente normale. Parlo di “innocenza” della fuga perché secondo me non esiste una colpa individuale, al massimo potremmo parlare di una colpa sociale nel senso che forse non é stato fatto abbastanza. Il libro é partito dal ragionamento che spesso facciamo per cui “se tutti se ne vanno poi chi resta?”, a mio avviso resteranno le persone a cui sta bene lo status quo. Ma forse é giusto così. Se la maggioranza non coincide con quella che é la tua volontà, allora fuggi e provi a cercare una maggioranza che invece corrisponda alla tua volontà.

Oggi sono tanti i ragazzi che vorrebbero scrivere di professione, ma il settore sembra lasciare davvero poche speranze e ambizioni. Che consigli ti sentiresti di dare a chi inizia ora a darsi da fare per questo sogno?

Purtroppo il mercato é al contempo saturo dal punto di visti dei produttori e abbandonato dai consumatori. Oggi i social media fanno si che noi desideriamo fortemente visibilità, tanto che diventiamo quasi dei “brand di noi stessi”. Dobbiamo sviluppare dei metodi comunicativi stabili per far si che gli altri ci possano riconoscere. Tante persone vorrebbero scrivere ma non tutti hanno realmente qualcosa da dire, oppure non hanno le nozioni necessarie. Quello mi sento di consigliare innanzitutto é di leggere tantissimo, perché per saper scrivere bisogna prima sapere leggere. Credo che un piccolo spiraglio positiva sia rappresentato dal fatto che oggi inizia ad esserci nuovamente una certa attenzione verso la “cultura fatta bene”, non orientata tanto ad un consumatore quanto ad un fruitore. L’intento dovrebbe essere prima quello di trasmettere qualcosa anziché semplicemente vendere il libro. Entrare nell’ambiente é necessario, bisogna stringere conoscenze e far girare il proprio nome. Anche solo scrivendo per blog o piccoli siti ci si allena e si stringono legami. Il talento esiste ma é necessario allenarlo costantemente. La difficoltà sta piuttosto nel trovare contenuti originali perché ormai si é scritto di tutto. La ricerca sta piuttosto nella forma, che possa essere originale. A volte é anche questione di fortuna, riuscire a capire cosa oggi possa essere commercialmente più gradito oppure no. Ormai il rapporto tra editoria e mercato é fortissimo, conta conoscere le preferenze dei consumatori prima che la qualità del prodotto.
Alla fine bisogna anche capire se si é disposti a rimanere fedeli alla propria idea, ovvero se si scrive per fare del bene alla lettura oppure per far del bene alle proprie tasche.