Quanto è difficile scegliere le scarpe giuste? A volte l’acquisto delle scarpe richiede davvero tanto, tanto tempo. Oggi vi presentiamo una giovane stilista di scarpe, Chiara Cesaraccio, sperando di offrirvi una scelta in più durante il vostro shopping!

  1. Da che età hai iniziato a pensare che il tuo futuro sarebbe stato nel mondo della moda? E fin da subito ti sei immaginata come stilista di scarpe o di altro?

Una passione è innata e spesso –all’inizio- non razionalmente compresa. Accettare e coltivare la propria passione significa nutrirla con educazione e informazione.

Ho sempre avuto attrazione verso il fashion system, ma ho iniziato a razionalizzare questo sentimento e a credere che potesse essere effettivamente il mio futuro quando ho iniziato il corso universitario triennale in Fashion Design Shoes & Accessories presso IED Firenze, per il quale ho ottenuto una borsa di studio.

Grazie alla mia famiglia, dalla quale ho imparato il valore del Bello e il culto della Bellezza, mi sono appassionata all’arte: pittura, architettura, disegno e illustrazioni.

Capucci, un noto stilista, diceva: “Fai della bellezza il tuo costante ideale”. Bellezza intesa come armonia delle forme, come simmetria e proporzione fra le varie parti di un oggetto, quindi fra aspetti ed elementi diversi di una stessa realtà. È la bellezza la causa e lo scopo, l’alfa e l’omega.

Nella combinazione tra illustrazione e invenzione ho trovato il mio sogno e il mio futuro.

In seguito, grazie allo IED, ho cominciato a dare una forma concreta questi sogni, costellati di scarpe vertiginose e morbide borse in pelle.

  1. Da cosa prendi ispirazione quando disegni una collezione?

L’ispirazione nasce dall’osservazione. In questo lavoro, come per tutti i lavori in ambito artistico, è fondamentale essere curiosi verso il mondo: musei, esposizioni, mercatini vintage, viaggi. L’ispirazione, per me, deriva dalle esperienze che colleziono, dalla mia identità. L’identità è il raccontare una storia, e per raccontarla bisogna capire da cosa è composta.

La mia identità è composta da vari mondi: la Sardegna, una terra a cui sono molto legata perché racchiude le mie origini per metà. Qui ho imparato a conoscere e ad amare la tradizione di un popolo, che non è altro che il racconto di quel popolo attraverso abiti, materiali e gioielli. Una terra che ha dei colori, dei profumi e delle storie che sono fonte di ispirazione.

Dalla Sardegna ho ripreso l’orificeria: i su kokku e i bottoni sardi.

I su kokku sono antichi amuleti in onice nera o quarzo rosa, ricoperti da filigrana d’argento che va a creare una sorta di pizzo in argento su queste pietre. Pietre che venivano usate contro influssi negativi. Si narra, infatti, che questi assorbissero energia negativa e che quando questa energia fosse stata troppo forte, il su kokku si sarebbe spezzato lasciando la persona illesa.

I bottoni gemelli in filigrana d’argento, invece, sono tipici dei costumi sardi tradizionali. Ogni anno, per tenere viva la tradizione, c’è la sfilata di questi costumi a Nuoro, dove si possono ammirare abiti simili, ma diversissimi tra loro perché esprimono l’identità del proprio paese, nonostante facciano parte tutti della stessa isola.

I bottoni vengono usati sia come bottoni per le maniche sia come chiusura del colletto delle camicie. In ogni caso collegano due parti tra di loro che vanno a formare una specie di tagli a V, lo stesso che ho inserito nella décolleté Jolie.

Nei costumi tradizionali, inoltre, è spesso presente un tessuto molto particolare: il velluto terziopelo. Per produrre questo velluto lavorato a pelo triplo serve un telaio a mano unico al mondo che è presente solo nel nord Italia.

Un’altra città fondamentale che esprime la mia identità è sicuramente Verona, la città dei miei ricordi, dove sono nata e cresciuta. Dove ho imparato ad amare l’architettura e l’arte, i suoni delle pietre antiche. Dove ogni muro e ogni edificio ha una storia da raccontare: dai romani al medioevo. La geometria della città è fonte d’ispirazione per la creazione di nuovi shape, nuove linee, nuove simmetrie.

E poi c’è Firenze, che è il mio presente, città delle grandi opere d’arte. Il periodo rinascimentale, non solo da un punto di vista artistico ma anche di storia del costume, con broccati e sete preziose, mi affascina. Non posso che amare, dunque, la città culla del Rinascimento, che è anche culla della pelletteria.

Firenze ispira nella ricerca del Bello: non a caso la sindrome di Stendhal è detta anche sindrome di Firenze.

 «Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere.»

Ogni volta che cammino per Firenze devo dire che sono totalmente, pienamente, incondizionatamente affetta da questa sindrome.

Questi sono i mondi che ho voluto raccontare nella collezione Atlantis Spring Summer ’19 che porta il mio nome.

La collezione Atlantis rappresenta, infatti, una ricerca continua di tanti piccoli “mondi” scomparsi, dimenticati, oppure, più semplicemente, non abbastanza osservati e valorizzati. Si tratti di materiali come il velluto terziopelo o di tradizioni orafe, come i bottoni e i su kokku, che sono retaggio culturale di un’isola, la Sardegna, ritenuta da alcuni l’antica e perduta Atlantide. Le calzature diventano una sorta di “wunderkammer”, che racchiudono i tesori, il potere e la gloria di quei piccoli preziosissimi “mondi”.

Un prodotto deve raccontare chi sei, ma, nel contempo, essere moderno.

Il sistema moda è complesso, e l’ispirazione personale deve indissolubilmente legarsi ai trend del momento. Bisogna essere sempre informati su quello che succede, seguire le tendenze, essere interessati a tutto: musica, video, film, immagini, fotografia, letteratura. Leggere il più possibile, vedere il più possibile. La moda è informazione.

  1. Qual è la parte più difficile di questo lavoro?

“Non ci sono problemi ci sono solo soluzioni”.

La parte più difficile è anche quella più affascinante: ovvero la ricerca e i contatti con i fornitori.

Ogni persona con cui collaboro e ho collaborato è stata preziosa, perché ha arricchito il mio sapere e la mia persona. Ho avuto modo di parlare con artigiani orafi, che mi hanno raccontato e mostrato l’arte che si fonde alla tecnica e maestria. Sono andata in concerie, a toccare con mano i prodotti, per comprendere le eccellenze che può produrre il nostro paese. Mi sono confrontata con il formificio, dove il piede è studiato anatomicamente quanto in medicina, ma che viene ammirato come una scultura, e come tale anche il minimo dettaglio e curvatura è fondamentale per buona riuscita dell’opera.

Contatti che comportano il sapersi rapportare con persone completamente diverse, essere disponibili sempre, in qualsiasi momento, con atteggiamento propositivo e spirito di problem solving.

  1. Invece quella che più ti piace e ti dà soddisfazione?

L’emozione più toccante è sicuramente il momento in cui vedi e tocchi il prodotto che hai progettato per la prima volta.

È una sensazione di felicità indescrivibile, perché vedi i tuoi disegni prendere forma concreta, la tua immaginazione diventare realtà, i tuoi sogni realizzarsi.

In ogni prodotto che creo c’è una parte di me. Quando progetto un paio di scarpe devo sapere esattamente come immagino ogni dettaglio, e il modo più semplice e diretto per farlo comprendere ad un cliente o ad un fornitore.

Nulla è lasciato al caso: ci deve essere una perfetta armonia tra le parti, è un lavoro di precisione e organizzazione estrema. Non c’è spazio per nessun errore, perché quell’eventuale errore ricadrebbe su un prodotto che è frutto non solo del tuo lavoro, ma del lavoro di molte altre persone.

Il lavoro di designer, infatti, è un lavoro di collaborazione continua con esperti dei vari settori. Fondamentale è, quindi, il saper lavorare in team, oltre che essere perennemente autocritici e propositivi.

  1. Hai qualche progetto per il futuro? Se sì, quale?

Il futuro è da sempre legato, in un’inscindibile filiazione, al passato. Fin nella sua etimologia, la parola futuro rappresenta una declinazione a venire dell’essere, dell’esistere, ma insieme contiene la radice del passato. Il termine futurum è infatti, nella sua origine latina, participio futuro del verbo “essere”, e indica “ciò che sta per essere o accadere”, “ciò che è destinato ad essere”. Al tempo stesso, però, tale forma si origina dalla radice fu-, che corrisponde appunto alla radice tematica del tempo perfetto, cioè del passato.

Uno sguardo sul futuro non può prescindere da una riflessione sul tempo. Per i greci il Kairòs indica l’occasione, il momento propizio da cogliere nella sua veloce istantaneità: qui il tempo vive solo come presente, rispetto al quale una vigile capacità di lettura o di “cattura” determina lo sviluppo del futuro, e con ciò, lo sviluppo di un tempo in cui si colloca l’autonomo agire dell’uomo. Questa possibilità, che nasce da un’intelligenza e conoscenza dei segni, può determinare il felice esito dell’avvenire.

Vivere pienamente l’oggi, l’adesso, il momento presente, arricchendo le mie conoscenze nel campo delle calzature e pelletteria, imparando ogni giorno qualcosa di nuovo, accettando con gratitudine le occasioni che mi si presenteranno. Questo è il mio progetto.