Sovranità, Europa, Firenze. Dialogo con Debora Degl’Innocenti, political advisor per la Commissione Agricoltura a Strasburgo. I grandi temi della contemporaneità.

Debora, il mondo sta cambiando. Dal tuo punto di osservazione privilegiato nel cuore delle Istituzioni Europee, potresti tratteggiarci un quadro della situazione che appare quantomai confusa?

Trump e Putin hanno cominciato a ridisegnare la nuova governance destinata nei loro piani a stabilizzare gli assetti globali dopo l’era del grande disordine. Le scorribande finanziarie seguite alla caduta dell’Impero sovietico ed accelerate dall’abolizione da parte di Clinton della separazione roosveltiana tra banche di deposito e banche d’affari, che da oltre un decennio sono coniugate con un multipolarismo pseudo-democratico che in realtà è servito a coprire la ritirata dello Stato e la compressione dei salari, in un un quadro di crescenti squilibri tra Paesi. E mentre la Cina soffre il nuovo pressing americano a tutto campo, l’Europa fa i conti con la decadenza a cui è stata condannata dal rigore deflazionistico teutonico e dagli avventurismi neo-coloniali delle vecchie potenze. L’Italia, dopo Maastricht, con il ceto politico decapitato, ha dovuto subire una progressiva espropriazione di sovranità dalla tecnocrazia di Bruxelles, si offre la possibilità di una nuova centralità nel Mediterraneo.

L’Italia, dopo Maastricht, con il ceto politico decapitato, ha dovuto subire una progressiva espropriazione di sovranità dalla tecnocrazia di Bruxelles.

Quale ruolo potrebbe giocare l’Italia nel Mediterraneo considerandone la ritrovata centralità negli equilibri geopolitici e commerciali, si pensi solo al raddoppio del canale di Suez?

Un ruolo chiave nella ridefinizione strategica della NATO dopo il fallimento delle cosiddette primavere arabe, il rientro in forze della Russia, le ambizioni del nuovo sultanato turco ed i molti nuovi attori attirati dai vuoti creatisi come nel caso della Libia, in quel mare nostrum, più che mai crocevia di traffici ed ora anche straordinario giacimento energetico, di cui siamo l’asse mediano e che rappresenta storicamente il vero nodo geopolitico a cui non possiamo sottrarci.

Un ruolo chiave nella ridefinizione strategica della NATO dopo il fallimento delle cosiddette primavere arabe.

Per alcuni di noi che hanno pubblicato diversi anni fa un manifesto-appello contro il Fiscal compact ed il Leviatano eurocratico, è il riconoscimento di una previsione azzeccata, sulla quale si sono schiantate le aspettative di Renzi che pure partivano dal bisogno di rovesciare la nostra sudditanza per ridare fiato alla ripresa economica e ricostruire una classe dirigente che riuscisse a scrollarsi di dosso autoreferenzialità e provincialismo.

È ancora questa la sfida che abbiamo di fronte. Il meticciato ha fatto la storia dell’Italia e del Mediterraneo, non è questo il punto. Lo è invece una concezione dello Stato che difende la sua laicità nel rispetto dei valori e dell’identità storica del Paese e garantisce ai suoi cittadini regole di vita economica e sociale per il benessere comune. È tempo di recuperare, dopo le nefaste privatizzazioni a cavallo del secolo, una prassi politica contro le disuguaglianze alimentate dagli egoismi e dall’irresponsabilità della nuova burocrazia vendedora europeista che si è sostituita in questi ultimi trenta anni al ceto medio produttivo che risollevò l’Italia dopo la sconfitta bellica.

Come assorbire nel seno delle politiche pubbliche le crescenti istanze di sovranità?

Da qui ripartiamo, dalla nostra identità politica che si costruisce in base al 2º comma dell’articolo 1 della Costituzione, “la sovranità appartiene al popolo”, di cui rivalutare orgogliosamente la lezione in termini storici, dallo studio delle vicende nazionali e dei pesanti vincoli che sono alla base della nostra “sovranità limitata”. A maggior ragione è imprescindibile l’analisi politica sull’ultima fase della cosiddetta Prima Repubblica, coeva alla caduta del Muro di Berlino, rileggere i fatti che portarono al naufragio della proposta dell’unità socialista, l’ultima occasione per la sinistra tradizionale italiana di attrezzarsi al mondo nuovo sorto dalla fine del bipolarismo USA-URSS, perduta la quale si è disperso un patrimonio secolare di esperienze e di valori, sopravvissuto solo in parte nelle forme del ceo-capitalismo oppure sotto le vesti della nuova oligarchia post-comunista.

Un mondo che cambia. Quali sono i problemi e le prospettive in questa delicata fase?

In questo quadro le prossime scadenze elettorali, le amministrative e quella europea, ci danno l’opportunità di provare a ridisegnare lo Welfare rovesciandone la tendenza allo smantellamento in un modello di ecologia civica che ricuce tradizione ed innovazione, meriti e bisogni, istituzioni più smart, una società che si sente più sicura e coesa, in cui il lavoro e la sussidiarietà diventano valori popolari. A cominciare dalle periferie che in tutta Europa, specialmente in quella nordica più mitizzata, pagano la crisi dei modelli di integrazione multietnica e di co-living che hanno smarrito, se mai l’hanno avuto, il senso della comunità.

Debora, parlaci di Firenze. Quale sviluppo immagini per la nostra città?

La maggior parte di noi vive a Firenze, la Fortuna ci ha baciati. Per questo richiamiamo l’attenzione perché non si compia il destino disneyano che nei primi anni ottanta indicavamo come il pericolo maggiore: un magnifico senz’anima ed un museo ossificato avvinghiati ad una rendita immobiliare precaria. Non vogliamo l’Utopia ma neanche una città assoggettata ad una monocultura turistica, già oggi non competitiva coi grandi investimenti che, ad esempio, gli Emirati arabi stanno sviluppando in partenariato museale con colossi come il Louvre. Vale la pena abbandonare una visione miseramente funzionalista, per riprendere quella sperimentazione urbanistica e civile che pure nel dopoguerra ha avuto una grande stagione fiorentina, da La Pira agli eventi grandi e piccoli di arti visive degli anni ottanta. Pensiamo ad un progetto politico che cerca di ricomporre lo spazio urbano e ne mette le persone al centro, ridando valore alle relazioni ed alla cura dell’ambiente. In una logica di sostenibilità economica per “lasciare le cose meglio di come le abbiamo trovate”, in cui il digitale è un mezzo di conoscenza e di innovazione, non di omologazione della biodiversità.

Pensiamo ad un progetto politico che cerca di ricomporre lo spazio urbano e ne mette le persone al centro.

Si può immaginare un modo nuovo di fare politica per tornare a includere chi oggi si sente escluso?

Le elites sono esauste. Occorre sollecitare e formare energie fresche, che sappiano valorizzare le reti e le risorse civili radicate sul territorio per dare vita ad un’orchestra nuova. Con le parole di Riccardo Muti: “Devi guardare l’intera orchestra, non solo le prime file”. Bisogna far sentire tutti importanti.