Impenetrabili torri d’argento IV

Boccaccio da Certaldo

Giovanni Boccaccio amava farsi riconoscere ricordando il luogo dal quale la sua famiglia proveniva: ‘Johannes de Certaldo’ è sempre stata la sua firma. Ma, anche se il legame che aveva con il borgo di Certaldo fu sempre strettissimo, il destino del grande autore è stato sempre legato, pure nei lunghi periodi di studio e di ritiro nella Valdelsa, alla città di Firenze.

La Firenze di Boccaccio

Firenze: la città alla quale come molti concittadini del suo tempo, Boccaccio restò legato per tutta la vita, pur non avendola amata sempre allo stesso modo. La città di quel padre, se non odiato, criticato sempre per la sua limitatezza di orizzonti e chiusura d’animo; la città della mercatura cui il padre stesso lo aveva voluto avviare senza successo; la città nella quale è costretto a tornare poco più che venticinquenne dopo aver trascorso l’intera adolescenza e la prima giovinezza nella splendida e regale Napoli, dove, invece che imparare i segreti dell’arte di fare affari presso il banco dei Bardi, Boccaccio conobbe lo stile di vita della corte francese degli Angiò, i suoi costumi cortesi e cavallereschi, le sue letture raffinate e la sua atmosfera frizzante e cosmopolita.

Firenze rappresentava tutto questo per il giovane Boccaccio, quando fu costretto nel 1340 a tornarvi per motivi economici: in quegli anni iniziò l’effetto domino che avrebbe portato di lì a poco al fallimento completo dell’intera compagnia dei Bardi, provocando un vero e proprio terremoto finanziario, economico e politico a Firenze e non solo.

Il ritorno a Firenze dovette rappresentare per Giovanni un vero e proprio choc: non che avesse a male la sua città – il fatto di essere fiorentino gli aveva permesso di frequentare la corte napoletana che tanto amava – ma la prospettiva cittadina e comunale, la mentalità del profitto e dell’accumulo del capitale, la necessità di trovare una stabilità finanziaria che gli permettesse di dedicarsi alle lettere e alla filosofia, le uniche attività alle quali si sentiva portato fin dalla nascita, gli dovevano sicuramente sembrare un fallimento, una sconfitta, una regressione, rispetto allo splendore della corte partenopea, ricca di sfarzo, di liberalità e di ‘cortesia’.

Le antiche storie nascoste nei boschi intorno a Firenze

L’Arno, le colline fiorentine, pur nella loro bellezza, non potevano rivaleggiare con la luce del golfo di Napoli, con le acque che lambivano Baia, Procida, Pozzuoli, Posillipo e il Capo Miseno; gli echi delle antiche storie pagane, quelle delle leggende della mitologia greca e latina che raccontavano come Napoli e i luoghi dintorno fossero stati il teatro delle vicende di Ulisse, di Enea e delle Sirene, non si sentivano nei boschi di Monte Morello, nelle campagne di Settignano e di Maiano o nelle paludi di Peretola. O meglio, non ancora.

Se Firenze in quanto ad ascendenze mitologiche non poteva rivaleggiare con le città del Meridione, con Napoli, Messina o Siracusa, né tanto meno con Roma, era soltanto perché ancora non aveva trovato qualcuno che ne scovasse le storie, che ne inventasse le leggende.

La ‘Comedia delle ninfe fiorentine’ e il ‘Ninfale fiesolano’

Probabilmente fra il 1344 e il 1346 Giovanni Boccaccio compose quindi due opere ambientate e in qualche modo dedicate a Firenze: la ‘Comedia delle ninfe fiorentine’, un prosimetro che racconta la crescita e la maturazione del semplice e rozzo Ameto, che, grazie al suo amore per la ninfa Lia, riesce a superare gli ostacoli della sua ignoranza e a purificarsi dopo aver ascoltato i racconti delle ninfe; il ‘Ninfale fiesolano’, un poemetto che invece si conclude non felicemente, ma con un suicidio e con una metamorfosi forzosa.

Il pastore Affrico e la ninfa Mensola

I protagonisti del ‘Ninfale’ sono il pastore fiesolano Affrico e la ninfa Mensola: il giovane Affrico, innamoratosi perdutamente della ninfa, cerca in tutti i modi di incontrarla, ma vi riesce solo grazie all’inganno e ad un atto di violenza tanto impulsivo, quanto non desiderato. La passione fra i due giovani riesce comunque a sbocciare, finché Mensola non dà alla luce Pruneo. Il figlio tuttavia fa comprendere alla ninfa l’errore in cui è caduta, avendo violato le leggi di castità imposte dalla sua padrona, Diana, la dea della caccia. Affrico, scacciato e rifiutato, si suicida dal dolore annegandosi in un fiume, mentre Diana punisce Mensola tramutandola in torrente.

Anche la ‘Comedia delle ninfe fiorentine’ è ambientata presso Firenze, o meglio nelle campagne e nei boschi “vicino a quella parte ove il  Mugnone muore con le sue onde” in Arno: così con i suoi versi delle due sue opere Boccaccio volle far abitare le colline fiorentine di ninfe e di pastori, di fauni e di dei, celebrando allo stesso tempo gli antichi innamorati, che avevano dato il nome ai torrenti Affrico e Mensola, quegli stessi torrenti che, scendendo dalla collina di Fiesole, ancora oggi i fiorentini possono rintracciare tra il traffico urbano e i giardini di Settignano e del Salviatino.