La scorsa settimana, parlando dell’assedio di Firenze, abbiamo visto le cause che hanno portato a quest’infausto evento e di come la popolazione fiorentina, nonostante la durezza dell’assedio, abbia resistito mantenendo intatta la sua tipica sagacia e forza d’animo.

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L’asprezza di quest’assedio si dimostrò fin dall’inizio delle ostilità

La città venne circondata dalle truppe imperiali (come ci mostra l’affresco di Giovanni Stradano nella Sala di Clemente VII a Palazzo Vecchio), che dalle colline circostanti iniziarono a bombardare la città, provocando molti danni agli edifici e innumerevoli morti tra la popolazione.

Tra le vittime più “particolari”, troviamo il cavallo dell’ambasciatore di Venezia Carlo Cappello, il quale, per onorare il suo destriero dovendo a lui la vita, decise di seppellire pubblicamente  l’animale con tutti i suoi paramenti nel punto in cui era morto (l’attuale piazza de’Giudici). A ricordo dell’evento, l’ambasciatore decise di porvi successivamente una lapide marmorea, ancora conservata, che recita: “Ossa del cavallo di Carlo Capello, legato veneto. Il tuo padrone non ingrato ti ha dato questo sepolcro, o indimenticabile destriero, e questa lapide per i tuoi meriti durante l’assedio della città.15 marzo 1533”.

Nonostante quindi l’eroismo della città, la disparità delle forze era palese e, mese dopo mese, le risorse, umane e materiali, degli assediati diminuivano  sempre di più. I prezzi dei beni alimentari erano saliti drasticamente e, a peggiorare ancora di più la situazione, in alcune zone della città si erano verificati alcuni casi di peste, a causa ovviamente delle pessime condizioni igieniche in cui versava la città.

Molti dei notabili e magistrati della Repubblica non speravano più nella vittoria e, di nascosto, trattavano con il nemico

Tra questi, il più importante era Malatesta IV Baglioni, un perugino nominato comandante delle milizie fiorentine,il quale sperava di poter riottenere la signoria di Perugia da parte del papa in cambio della consegna della città. L’unico fiorentino che sperava ancora nella vittoria era Francesco Ferrucci, prode capitano fiorentino che lottava  nel contado contro gli imperiali.

Ferrucci, infatti, da esperto militare qual era, attraverso scorribande e imboscate sconfisse più volte le truppe di Filiberto di Chalons, occupando importanti località, come Montopoli, San Miniato al Tedesco e Certaldo. Riuscì poi ad organizzare le difese di Empoli, importante centro per i rifornimenti alla assediata Firenze.

Tuttavia,la sua impresa più importante fu la riconquista di Volterra, che si era ribellata a Firenze. Sempre a Volterra, guidò la resistenza all’assedio condotto dagli imperiali, guidati dal famigerato Fabrizio Maramaldo. La permanenza di Ferrucci nella città assediata avvantaggiò però l’esercito nemico, che si rimpossessò di tutte le città del contando, Empoli compresa, stringendo così ancora di più la morsa su Firenze.

Il Ferrucci decise allora di lasciare Volterra e di andare con il suo esercito a Pisa, per poi marciare direttamente su Firenze e liberarla, coadiuvato anche dalle milizie presenti in città. Questa manovra, tuttavia, si dimostrò più difficile del previsto: le truppe imperiali, forse avvertite dal Baglioni, occuparono tutto il territorio del Valdarno e l’esercito fiorentino dovette avanzare in direzione dell’Appennino pistoiese per evitare le forze avversarie.

Tuttavia, il 3 agosto 1530, l’esercito del Ferrucci si scontrò con gli imperiali nei pressi di Gavinana (oggi amena località turistica dell’Appennino pistoiese).

Nonostante l’eroica resistenza dei fiorentini,l’esercito di Carlo V vinse, pur perdendo nello scontro il suo generale, Filiberto di Chalons. Ferrucci, ferito, venne catturato e ucciso da Fabrizio Maramaldo, per vendicare un suo tamburino ucciso a Volterra. È famosa l’ultima frase che si pensa abbia detto Ferrucci: “vile,tu uccidi un uomo morto!” (o, più in linea con il parlato fiorentino dell’epoca, “vile,tu dai a un morto!”).

Morto Ferrucci, Firenze ebbe i giorni contati

L’8 agosto, infatti, Malatesta IV Baglioni, già da tempo in contatto con il nemico, si impadronì di Porta Romana e fece entrare le truppe avversarie, che in breve tempo dilagarono per la città. Il 12 agosto, poi, la Repubblica si arrese, firmando un armistizio, presso la chiesa di Santa Margherita a Montici. Qualche giorno dopo, i Medici, nominati capi perpetui della Repubblica dall’imperatore Carlo V, tornarono in città, imponendo definitivamente il loro dominio su Firenze e su tutta la Toscana.