Impenetrabili torri d’argento X

Una donna a Firenze

Una donna ormai non più così giovane, segnata da una vita, certo, non di stenti, ma di difficoltà continue, di violenza e di sottomissione, obbligata a regole dure anche tra gli splendori di affreschi, candelabri e bei mobili roccocò. Una donna che forse oggi non definiremo ‘bella’ ma che seppe affascinare molti uomini e con i quali strinse rapporti fortunati, secondo le possibilità che la sua epoca poteva concedere alle donne del suo rango. Una donna forte però, in grado di sfidarle, alcune di quelle regole in cui la società maschilista la costringeva: una donna che seppe ribellarsi alla violenza del marito, chiedere protezione ad uomini più potenti di lui, a separarsene, per poi vivere la sua vita come meglio credeva. Una donna eccezionale che scelse Firenze come propria casa in un’epoca che aveva cambiato il volto dell’intera Europa.

Questo il ritratto di Luisa Stolberg-Gerden contessa d’Albany, nel 1813, antinapoleonica ma non reazionaria in una Firenze napoleonica, una città animata forse non più dall’entusiasmo rivoluzionario di un decennio prima, ma consapevole che quegli anni ‘francesi’ non si sarebbero potuti spazzar via facilmente, né in città, né in tutta Italia.

“La vita della mia vita, la dolce metà di me stesso”

“Un dolce foco negli occhi nerissimi accoppiato (che raro addiviene) a candidissima pelle e biondi capelli davano alla di lei bellezza un risalto, da cui difficile era di non rimanere colpito o conquisto”. Queste le parole con cui il compagno della sua vita descriveva Luisa: un amante focoso e che in lei trovò non solo l’oggetto della sua passione, ma anche una guida e un sostegno sicuri, “sprone e conforto ed esempio ad ogni bell’opera”.

Vittorio Alfieri era il suo nome. Poeta, scrittore, intellettuale, drammaturgo, uno dei più emblematici rappresentanti di come un italiano poteva declinare le suggestioni culturali europee del primo Romanticismo con la tradizione letteraria classica italiana.

I due, Vittorio e Luisa, si erano conosciuti proprio a Firenze nel 1777, e subito si erano attratti l’uno all’altra, stringendo un rapporto destinato a durare, vincendo molte difficoltà. Luisa, nata in Belgio nel 1752 da una famiglia aristocratica, era stata sposata appena ventenne con la forza e per interessi dinastici ad un uomo di più di trent’anni più vecchio di lei, un nobile anche lui, anzi, un quasi-re addirittura, ormai però ridotto in disgrazia, dalle scarse prospettive politiche ed incattivito dalla sua condizione miserevole.

“Speed, bonnie boat, like a bird on the wing”

Era infatti nientemeno che Carlo Edoardo Stuart, il ‘Giovane Pretendente’ o ‘Bonnie Prince Charlie’ come lo chiamavano i suoi sostenitori scozzesi e irlandesi: l’erede legittimo al trono di Inghilterra, Scozia e Irlanda secondo la successione giacobita, scalzata dalla Gloriosa Rivoluzione inglese che aveva subordinato la successione legittima dei re d’Inghilterra al volere del Parlamento. Il principe aveva anche combattuto con valore per imporre le sue ragioni dinastiche, capeggiando l’insurrezione giacobita del 1745 – quella, per intendersi, al centro della prima stagione della serie televisiva ‘Outlander’ –, quando i clan delle Highlands scozzesi si erano sollevati contro il governo di Londra e avevano tentato di marciare sulla capitale. La rovinosa battaglia di Culloden aveva decretato però il definitivo fallimento politico degli Stuart e la fine del sogno giacobita e dell’autonomia scozzese dal governo inglese.

Un uomo deluso dunque, costretto a vagare da una città all’altra d’Europa e a chiedere ospitalità al papa nel vano tentativo di riscostruire la sua immagine internazionale. Luisa, dopo averlo sposato nel 1772, lo seguiva come ogni buona moglie, non rinunciando però alla compagnia di poeti, scrittori, musicisti ed intellettuali, attratti dalla sua intelligenza e dalla sua bellezza. Il marito non approvava il suo desiderio di circondarsi di menti brillanti e talentuose poiché credeva che la distogliessero dal suo vero obiettivo: dare un erede maschio agli Stuart. Tuttavia la gravidanza non giungeva e Carlo Edoardo allora – rivelandosi dopotutto molto poco ‘gentleman’ –, si abbandonava a violenze e a umiliazioni durissime sulla moglie.

Lei, Luisa, seppe ribellarsi e scegliere un destino diverso per sé stessa: nel 1780 scappò dal marito violento, si rifugiò in un convento chiedendo ed ottenendo la protezione del Granduca di Toscana Pietro Leopoldo che la fece rifugiare a Roma, presso un cognato cardinale. Nella città capitolina la donna sperava di poter vivere con l’amore della sua vita, Alfieri, ma né le sue conoscenze né l’intervento nientemeno che della  regina di Francia Maria Antonietta le permisero di evitare lo scandalo che la sua posizione di ribelle provocava. Allora pur essendo cattolica, si appellò legalmente all’autorità di Gustavo III re di Svezia chiedendo che le venisse riconosciuto il divorzio dal marito: il re di Svezia, luterano, lo concesse e Luisa poté allora rifugiarsi a Parigi ed iniziare la sua vita insieme con Alfieri. Niente male per una sola donna.

“Parigi (non) val bene una messa”

In quegli anni i salotti culturali non scarseggiavano di certo a Parigi, ma i due riuscirono a raccoglierne uno intorno a sé fra i più importanti. Ma la Storia batteva di nuovo alla porta degli innamorati. Nel 1792 la situazione precipitò: non si trattava ormai più in Francia di discutere di costituzione, di regolare i poteri del re e dei nobili o di prevedere una ripartizione più equa delle ricchezze; nel 1792 la Rivoluzione voleva tagliare la testa al suo re, e forse a tutti i nobili.

Vittorio e Luisa fuggirono dunque da Parigi, in una delle fughe più rocambolesche che siano mai state narrate da un letterato italiano, abbandonando in fretta e furia tutto quanto e rifugiandosi nella città in cui era nato il loro amore, quella Firenze che entrambi amavano e che li ospitò da allora fino alla fine.

“Sponda che Arno saluta in suo cammino”

Nel 1813 Luisa viveva ancora a Firenze, nel suo palazzo sul Lungarno Corsini; Vittorio era ormai scomparso da dieci anni, vivendo accanto a lei e sulle rive d’Arno i turbolenti anni della Rivoluzione in Europa, delle vittorie napoleoniche e dell’inizio della dominazione francese sull’Italia. Nel suo salotto fiorentino – ora non più, come a Parigi, uno fra i tanti, ma il primo della città, ed anzi, come dissero alcuni, il primo d’Italia – passarono davvero tutti in quegli anni: Sismondi, Lamartine, Chateaubriand, Canova, Byron, Thomas Moore, D’Azeglio, Niccolini, Schlegel, Stendhal.

In quello stesso 1813 ritornò a Firenze anche il non più così giovane ma sempre focoso Ugo Foscolo, che visse in città al contatto con l’ormai matura contessa d’Albany uno dei periodi più felici e produttivi: nel palazzo sul Lungarno, Luisa raccontava di Alfieri a Foscolo, spronandolo a seguire l’esempio del compagno, sempre teso in “spirito e nervi” a “far meglio”.

Intorno una “cara, felice, inclita riva”, una città che, pur tra mille sconvolgimenti, era riuscita a mantenere un’unità di spiriti e di menti che le avrebbero guadagnato un ruolo preminente negli anni a venire; una città dal respiro internazionale grazie anche all’azione silenziosa ma tenace di una donna, una vera regina, non di terre – come aveva sperato il suo violento marito –, ma di uomini.