Nello scorso articolo, abbiamo trattato il contesto nel quale si trovava Firenze nel XV secolo, divisa da una lotta intestina tra i Medici e i loro partigiani e le altre famiglie nobili della città, tra i quali, appunto, aveva una posizione prominente la famiglia Pazzi.

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Abbiamo ricordato, poi, come prima del 1478 ci fossero stati degli attriti tra le due casate: nel 1471 papa Sisto IV aveva tolto l’amministrazione delle finanze papali ai Medici e l’aveva assegnata ai Pazzi; nel 1477, Lorenzo il Magnifico aveva impedito, grazie a maneggi politici e giudiziari, a Giovanni de’Pazzi di ottenere la ricca eredità di suo suocero Giovanni Borromei. Poi, nello stesso anno, la banca dei Pazzi aveva prestato un’ingente somma di denaro (contravvenendo ad un preciso ordine di Lorenzo) al papa, il quale la usò per impossessarsi di Imola, città strategica per ogni azione bellica contro la repubblica fiorentina, da sempre nel mirino dell’espansionismo papale.

Furono proprio questi ultimi episodi che portarono Francesco e Jacopo de’Pazzi, i due mebri più importanti della famiglia, ad ordire la congiura. I due si assicurarono subito il supporto del papa e dell’arcivescovo di Pisa, Francesco Salviati, che a causa dei Medici non era stato eletto arcivescovo di Firenze. A questi si aggiunsero Giovan Battista da Montesecco, capitano di ventura agli ordini del papa, Antonio Maffei da Volterra, Bernardo Bandini e Stefano da Bagnone, tutti per loro motivi ostili ai Medici. Inoltre, i congiurati ottennero l’appoggio della repubblica di Siena, del regno di Napoli e del duca di Urbino, Federico da Montefeltro. Questi ultimi avrebbero fornito le truppe da impiegare, dopo l’assassinio di Lorenzo e Giuliano, per assicurare alla famiglia Pazzi e a Girolamo Riario, signore di Imola e nipote di Sisto IV, il dominio su Firenze.

Il piano organizzato dai congiurati sarebbe scattato il 25 aprile del 1478

Durante un banchetto (organizzato per festeggiare l’elezione a cardinale di Raffaele Riario, altro nipote di Sisto IV), nel quale Jacopo de’Pazzi avrebbe avvelenato i due fratelli. Il piano, tuttavia, non fu messo in atto, a causa dell’assenza di Giuliano, indisposto. I congiurati quindi decisero di agire il giorno dopo, durante la messa officiata dal giovane cardinale Riario in Santa Maria del Fiore.

La mattina del 26 aprile del 1478 tutti i congiurati si ritrovarono in chiesa, a parte il Montesecco, che non voleva commettere una simile azione all’interno di un luogo consacrato. Giuliano, che era ancora indisposto, fu in pratica prelevato da Bandini e Francesco de’ Pazzi e portato da palazzo Medici (l’attuale palazzo Medici-Riccardi) in chiesa, dove la messa era già iniziata.

Al momento dell’elevazione dell’ostia scattò il piano

Bandini e Francesco de’Pazzi si avventarono su Giuliano, colpendolo più volte alla schiena e uccidendolo, mentre Antonio Marrei e Stefano da Bagnone si scagliarono su Lorenzo. Il Magnifico, seppur ferito ad una spalla, riuscì a barricarsi nella sagrestia del duomo, grazie alla difesa dei suoi accompagnatori (tra i quali ricordiamo l’umanista Angelo Poliziano) e al sacrificio di Francesco Nori, il direttore della sede centrale della banca dei Medici, che si interpose tra Lorenzo e Stefano da Bagnone,permettendone la fuga.

I congiurati, tuttavia, non avevano tenuto conto dell’appoggio di cui i Medici godevano tra la popolazione: venuta a conoscenza della congiura, i fiorentini insorsero, scatenando una vera e propria caccia all’uomo. Quello stesso giorno, infatti, Francesco de’Pazzi e Francesco Salviati vennero impiccati, gettandoli dalle finestre di palazzo Vecchio; qualche giorno dopo, vennero impiccati Jacopo de’Pazzi e suo nipote Renato, del tutto estraneo alla congiura; Montesecco, pur non avendo partecipato attivamente alla congiura, fu condannato a morte per decapitazione, in quanto aveva fornito informazione riguardo al coinvolgimento nella congiura di papa Sisto IV.

Gli altri congiurati vennero catturati e impiccati nel 1479: Bandini, tra l’altro, venne arrestato a Costantinopoli (allora capitale dell’Impero Ottomano) il 23 dicembre e il 29 dicembre venne impiccato nel palazzo del Bargello con ancora i vestiti “alla turchesca”, come si diceva all’epoca. Quest’ultima impiccagione è ben documentata Leonardo da Vinci, che, presente all’esecuzione,immortalò l’evento in un suo famossissimo schizzo.

Grazie a questa sanguinosa repressione, Lorenzo il Magnifico riuscì ad imporre il proprio dominio sulla politica fiorentina, solidificando quel potere mediceo che in meno di un secolo avrebbe trasformato la repubblica fiorentina nel Granducato di Toscana.