Impenetrabili torri d’argento XI

Tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo l’Italia e l’Europa furono sconvolte da fatti che mutarono per sempre la vita, lo stile, la quotidianità dei loro abitanti: nel giro di pochi mesi e di pochi anni erano avvenuti più stravolgimenti di quanto non fosse accaduto nei quarant’anni precedenti. L’età contemporanea faceva il suo debutto: la Storia, che – qualcuno disse – cavalcava in sella ad un cavallo, aveva accelerato la sua corsa e galoppava verso il futuro.

Voglia di cambiamenti

Firenze, in quegli anni, si unì alla generale euforia: la tranquilla capitale della Toscana, che tanto aveva beneficiato della politica illuminata e progressista dei Lorena – i Granduchi, stranieri sì, ma ben più acuti e lungimiranti degli ultimi indigeni Medici –, non si fece molti scrupoli a far buon viso a cattivo gioco e a permettere alla Rivoluzione che veniva dalla Francia di conquistarla. Dopotutto i Granduchi erano stati illuminati, ma restavano sovrani assoluti, detentori unici del potere e dell’autorità. I fiorentini avevano sopportato per troppo tempo, anche se erano stati forse felici e tranquilli come mai prima: erano ormai tornati i tempi della fierezza e della lotta.

Napoleone o Stenterello?

In verità non tutto andò così liscio: tra l’inverno 1797 e l’estate del 1800 l’incertezza era stata sovrana sulle rive d’Arno. La Francia e l’Austria avevano scelto (come sempre) l’Italia come campo di battaglia, ma stavolta (per la prima volta) gli italiani decisero di dire la loro: e gli italiani – quasi tutti – gridavano ‘Napoleone!’. In Toscana il Granduca riuscì a comprarsi la neutralità promettendo di pagare alla Francia ogni anno una grossa cifra: ma era passato il tempo degli astuti banchieri fiorentini medievali e rinascimentali, grazie ai quali di fronte alla grandezza di Firenze si erano inchinati papi e re.

Un (povero) Granduca

E Napoleone non aveva paura di non essere considerato un uomo di parola: il giorno dopo aver ricevuto l’ennesimo pagamento, invase la Toscana. Era il 24 marzo 1799 e il Granduca Ferdinando III fu costretto a fuggire da Firenze in fretta e furia (e con poco denaro) mentre i fiorentini salutavano il loro campione di libertà e di uguaglianza.

‘Viva Maria!’ e ‘Abbasso Firenze!’

Ma successe qualcosa di inaspettato: non appena Firenze aveva rispolverato l’antico orgoglio, le altre città della Toscana si ricordarono che non sempre erano state sottomesse cittadine di provincia. Fra il maggio di quello stesso anno e la primavera del successivo prima Arezzo, poi il Valdarno, il Mugello e il Casentino, la Val di Nievole e la Val di Chiana, infine Volterra, la Versilia e Lucca si ribellarono ai francesi e ai fiorentini. I notabili locali sollevarono le popolazioni cittadine e rurali contro gli invasori al grido di ‘Viva Maria!’ e riuscirono ad organizzarsi in comitati di autogoverno che dichiararono la loro fedeltà al legittimo Granduca. Grazie al sostegno di austriaci, russi e inglesi, e alle difficoltà in cui si trovava in quel momento l’esercito francese in Italia, la resistenza toscana antinapoleonica vinse tutte le sue battaglie e riuscì a liberare l’intera regione.

Aretini: “botoli ringhiosi più che non chiede lor possa”

Il 7 luglio 1799 accadde l’incredibile: le truppe aretine, a ben cinquecento anni dalla battaglia di Campaldino e a quattrocento dalla conquista fiorentina di Arezzo, assediarono Firenze, cacciarono i francesi – per la verità con i bagagli già pronti da tempo – ed entrarono trionfanti in città. Un po’ troppo, anche per i più pacifici tra gli abitanti di Firenze; anche senza la prospettiva francese di libertà, uguaglianza e fraternità, i fiorentini avrebbero scelto da che parte stare: si poteva sopportare pure un’invasione e l’occupazione straniera, ma non l’onta di un aretino vittorioso in casa!

‘Andare a Marengo’

Ma la Storia continuava a galoppare. Il 14 giugno del 1800, il condottiero francese che aveva stupito l’Europa con le sue imprese coraggiose e perfette, tanto ciniche quanto grandiose, e che aveva permesso agli Italiani di respirare quell’aria di libertà che già in Francia aveva rovesciato troni, spiccato teste e dato speranza ai popoli, aveva sparigliato: gli altri giocatori sullo scacchiere italiano si erano ritrovati con un palmo di naso davanti alla vittoria, travolgente e totale, che Napoleone Bonaparte era riuscito ad ottenere nella battaglia di Marengo.

Un grande vittoria per alcuni, una sconfitta rovinosa per altri. ‘Andare a Marengo’ è rimasto un modo di dire radicato nell’uso degli italiani, magari di quelli un po’ più agé: andare a scatafascio, completamente a gambe all’aria, proprio come fecero i generali, i monsignori, i re e i granduchi che Napoleone fece scendere velocemente dai loro piedistalli in quegli anni gloriosi.

Florence, mon amour!

A Firenze quell’aria nuova piaceva. La confusione e l’incertezza degli anni precedenti sembravano superate: tuttavia i francesi in città non significarono affatto soltanto benefici e libertà; anzi, la Toscana, come l’intera Italia, – e Firenze, insieme a Venezia e a Roma, in particolare – furono sacrificate agli interessi di una dominazione cinica e avida, derubate di opere d’arte e di ricchezze. Ma a Firenze l’aria di Francia significò anche aria di Europa e di internazionalità.

A Firenze iniziarono a passare tutti: i francesi e gli altri italiani innanzitutto, desiderosi di ammirarne la bellezza e di respirarne l’aurea. E così nuovi miti si sovrapponevano a quelli già antichi (Leggi anche: Che cosa hanno in comune il Lungarno Corsini, la Rivoluzione francese e le Highlands scozzesi?).

Grazie a Napoleone in quel glorioso anno 1800 passò in Toscana per la prima volta anche un giovane e impetuoso capitano dell’esercito cisalpino che si sarebbe presto innamorato della nostra città e alla nostra città avrebbe dato tanto.

“E tu prima, Firenze…”

Ugo Foscolo fu tra i primi fra i poeti, gli scrittori e gli intellettuali delle nuova generazione che da allora in poi si sarebbero riuniti a Firenze sempre più numerosi: veneziano, deluso dall’imperialismo di Bonaparte, ma deciso a lottare per i princìpi della Rivoluzione e per la liberazione d’Italia, a Firenze scoprì i monumenti di una storia millenaria, moniti di pietra che potevano incitare i contemporanei ad imprese eroiche (Leggi anche: Cosa evoca immediatamente il nome di Santa Croce?).

Ma in quel 1800, Foscolo, in una città ormai pacificata e tornata tranquilla dopo il fuoco della rivoluzione, si innamorò prima di tutto delle strade, dell’Arno, dell’atmosfera e poi (come sempre avveniva) di una degna figlia di quella bellezza, una bionda fiorentina colta e affascinante. A lei e alla sua città dedicò versi appassionati, come in città non si sentivano da lungo tempo: “E tu ne’ carmi avrai perenne vita / sponda che Arno saluta in suo cammino / partendo la città che del latino / nome accogliea finor l’ombra fuggita… / Per me cara, felice, inclita riva…”