Impenetrabili torri d’argento XII

La bellezza salverà il mondo”: una frase diffusa, un modo di dire, quasi un proverbio o una risposta adatta ad ogni situazione. Come si può sostenere il contrario?

Beauty saves the World

L’hashtag corrispondente totalizza circa 14.000 post su uno dei più diffusi social, ed accanto ad una ressa di immagini di Monica Bellucci (ed anche qui, in effetti, come dargli torto?) la troviamo a commento di moltissime immagini di opere d’arte, di panorami e paesaggi: ma, come c’era da aspettarsi, ancora una volta è Firenze a farla da padrona, ribadendo il solito concetto: la bellezza, quella vera, è di casa qui da noi.

Ma questa frase (spesso un po’ superficiale commento a tutto ciò che possiamo considerare piacevole) non viene scritta e pronunciata soltanto sui social, ma è stata oggetto di lunghe discussioni filosofiche e di dibattiti critici (esistono addirittura libri che l’hanno utilizzata come titolo). Non sempre però le cose sono così semplici come appaiono.

L’idiota

Nel famoso romanzo ‘L’idiota’ dell’autore russo Dostoevskij, compare per la prima volta: nel romanzo si racconta che proprio quelle parole sarebbero state dette ripetutamente dal protagonista del racconto, ovvero quel principe Myskin che, non soltanto non le pronuncia mai di persona, ma che, con la sua stessa vicenda, sembra smentirle fino in fondo. Alla fine del romanzo (spoiler alert!) il principe non si salverà affatto, anzi ricadrà nel delirio da cui sembrava essere emerso e la sua bontà totale, il suo essere un “uomo completamente buono”, non gli eviterà fallimenti, soprusi, disgrazie, ingiustizie.

“Il giardino di Gothe confina con il campo di Buchenwald”

E se alziamo un po’ lo sguardo, leggiamo qualche libro di storia o le cronache dei giornali, ne possiamo avere una conferma: la bellezza, quella fisica e quella di spirito, non ha mai evitato a nessuno violenze, soprusi e offese; ad un bel luogo non sono stati evitati scempi, distruzioni, sfregi; alle civiltà che hanno prodotto bellezza non sono stati risparmiati la fine e l’oblio.

I bombardamenti su Berlino, Roma, Londra, Vienna non hanno evitato musei, palazzi, chiese ed opere d’arte (a Firenze, culla della bellezza, sono stati fatti saltare per aria quasi tutti i ponti e bombe sono esplose vicino agli Uffizi); il balcone di Mussolini da cui si celebravano i santi, i poeti e i navigatori italiani era a pochi passi dalla Colonna di Traiano, dal Colosseo e dalla Biblioteca Vaticana, mentre l’uffico di Hitler non era distante dall’Altare di Pergamo o dalla Porta di Babilonia (e il Führer amava Beethoven, Goethe e Wagner). La bellezza quindi, verrebbe da dire, non salva proprio un bel niente.

“Belle vie, magnifici palazzi, giardini deliziosi”

Eppure, non sempre accade così: qualcosa, in quella frase, deve esserci di vero; la bellezza talvolta provoca una reazione, a patto che chi la osserva sia disposto ad ascoltarla davvero, anche se di sfuggita.

“In questi pressi fra il 1868 e il 1869 Dostoevskij compì il romanzo ‘L’idiota’”. Così recita una targa posta su un palazzo di piazza Pitti a Firenze: l’autore russo scrisse infatti proprio le ultime pagine del suo romanzo in una camera fiorentina, potendo godere dalla sua finestra lo spettacolo della potente e meravigliosa facciata di Palazzo Pitti, scorgendo dalle sue finestre i capolavori lì raccolti.

Non il vero, dunque, non il buono, ma il bello salverà il mondo, dice Dostoevskij. E lo dice avendo Firenze fuori dalla finestra: lo dice forse sottintendendo che quella bellezza non sia qualcosa di posticcio, di piacevole agli occhi, un bello emotivo ed immediato, un bello veloce e da consumare con rapita, quanto superficiale, soddisfazione. Quella bellezza è la stessa che Dostoevskij poteva ammirare dalla sua finestra fiorentina, una bellezza densa e stratificata, complessa e complicata, dura e allo stesso tempo dolce, come le pietre della facciata di Palazzo Pitti, così morbide quando le si osserva da lontano, ma così ruvide ed imponenti quando ci si avvicina.

(Non) è bello ciò che piace

Una bellezza complessa, una bellezza densa che nella nostra città emerge ad ogni angolo, e che è il motivo per cui Firenze è ciò che è oggi anche nell’immaginario del turista più incolto, del viaggiatore più rozzo e meno informato: la città della bellezza viva, una bellezza che è testimonianza di epoche e di uomini che nei monumenti volevano trasportare la loro visionaria idea del mondo e i loro ambiziosi progetti per il futuro e che, grazie a quelle pietre, hanno continuato a vivere dopo di loro.

Così Palazzo Pitti è bello non solo perché è uno scrigno di meraviglie mondiali, ma anche perché con la sua stessa presenza richiama alla mente di chi lo osserva le ambizioni di coloro che vi hanno abitato: quei Cosimo I, Galileo, Ammannati, Vasari, Francesco I, Giambologna, Buontalenti, Leopoldo di Lorena che, anche se i loro nomi possono non significare nulla per noi, hanno segnato la civiltà europea e la storia del mondo con le loro azioni e con le loro idee. E potremmo raccontare lo stesso di ogni grande monumento fiorentino.

Firenze non è dunque bella solo perché è graziosa e ordinata (il decoro urbano significa ben poca cosa se non è espressione di un progetto vivo, di un’idea di città, di comunità, di società che tramite esso rappresenti se stessa: a nessuno importa che non ci sia fango sul pavimento di un porcile); Firenze è bella perché la sua bellezza rappresenta qualcos’altro, significa qualcos’altro, è la testimonianza di uomini e comunità perdute che cercavano di costruire nella loro città l’idea che avevano del mondo: ciò che ci hanno lasciato continua ancora oggi ad ispirarci.

“E a questi marmi venne spesso Vittorio ad ispirarsi”

Nel 1767, giunse a Firenze un giovane annoiato, viziato e in cerca di avventure, ricco e di buona famiglia, come tanti turisti che visitano la nostra città oggi, solo perché “si deve fare”, e per postare così un selfie di loro stessi davanti al duomo (nel 1767 magari per scrivere sull’intestazione delle loro lettere ad amici e parenti, con soddisfatto orgoglio “spedita da Firenze”). La città gli fu anonima, non gli trasmise nulla; rimase addirittura nauseato di Palazzo Pitti e delle molte chiese che visitò, tanto annoiato dai fiorentini che preferì iscriversi ad un corso di inglese piuttosto che visitare gli Uffizi.

Ma a Firenze gli accadde qualcosa, gli si smosse dentro qualcosa; gli capitò “una goccia di acqua nel mare”, come egli stesso la chiamò: doveva passare ancora molto tempo prima di accorgersi che la sua strada era un’altra, quella della poesia, comprendendo che fino a quel momento aveva solo sprecato tempo ed energie. Tuttavia la bellezza densa e stratificata di Firenze lo smosse, anche allora, e per l’appunto in quello stesso monumento di cui abbiamo già parlato altre volte (Leggi Cosa evoca immediatamente il nome di Santa Croce?) e che egli stesso avrebbe in futuro contribuito a rendere famoso: il nome di quel giovane annoiato era Vittorio Alfieri, che così scrive nella sua autobiografia a proposito di quella bellezza che, se forse non salverà il mondo, può forse salvare la vita di ognuno di noi:

“La tomba di Michelangelo in Santa Croce fu una delle poche cose che mi fermassero; e su la memoria di quell’uomo di tanta fama feci una qualche riflessione; e fin da quel punto sentii fortemente, che non riuscivano veramente grandi fra gli uomini, che quei pochissimi che aveano lasciata alcuna cosa stabile fatta da loro”.