Nello scorso articolo (Leggilo qui Parte I), avevo interrotto la narrazione alla riunione, tenuta nella chiesa di Santa Maria sopra Porta, nella quale gli Amidei e i loro alleati dovevano decidere il destino del giovane Buondelmonte de’ Buondelmonti. Durante il concilio, come abbiamo già detto, Mosca de’ Lamberti si alzò e convinse tutti i presenti ad uccidere Buondelmonte, per ripagare con il sangue l’affronto fatto alla famiglia Amidei. Per convincere il suo uditorio, le cronache ci raccontano che Mosca abbia urlato “cosa fatta, capo ha!”, inventando de facto il detto, che avrà in seguito un enorme successo. Anche Dante Alighieri, nel XXVIII canto dell’Inferno, quando incontra il Lamberti nella bolgia dei seminatori di discordia, ricorda l’evento con questi versi: <<gridò: “Ricordera’ ti anche del Mosca,/ che disse, lasso!, ‘Capo ha cosa fatta’,/ che fu mal seme per la gente tosca”>>.

Grazie quindi all’intervento del Lamberti, venne deciso all’unanimità di uccidere il giovane rampollo di casa Buondelmonti

Venne stabilito, poi, di eseguire l’omicidio il giorno stesso del matrimonio, che si doveva tenere il 10 aprile 1216, giorno di Pasqua. Quella mattina, Buondelmonte, vestito elegantemente e a dorso di un cavallo bianco, partì con la sua promessa sposa dal suo palazzo, che si trovava in Oltrarno, diretto verso la cattedrale di santa Reparata. Attraversato Ponte Vecchio, il corteo nuziale entrò in via Por Santa Maria, dove i congiurati, che si erano riuniti sotto la casa-torre degli Amidei, aspettavano la coppia. Giunto sotto la torre, Buondelmonte venne pesantemente insultato e poi venne disarcionato da un colpo di mazza sferrato da Schiatta degli Uberti. Quando il giovane fu a terra, venne accoltellato da Mosca de’ Lamberti, Lambertuccio degli Amidei (il padre della ragazza rifiutata) e da Oddo Arrighi. Inutile dire che nelle strade ci fu il caos: il corteo nuziale si trasformò in un corteo funebre e la sposa di Buondelmonte, divenuta già vedova, dovette scortare il cadavere di suo marito fino a Santa Reparata.

Subito in città si crearono delle enormi divisioni: i Buondelmonti e gli Uberti

I Buondelmonti, insieme ai Donati (la famiglia della sposa) e ai Pazzi, chiesero al podestà di Firenze, il bolognese Gherardo Rolandini, di condannare i colpevoli di questo terribile delitto, che si era svolto in pieno giorno e sotto gli occhi di tutto il popolo. Gli Uberti, tuttavia, insieme alle altre famiglie dei congiurati (che, ricordiamo, facevano tutte parte dell’antica aristocrazia fiorentina), fecero appello al “diritto imperiale”, chiedendo quindi la protezione dell’Imperatore, che all’epoca era Federico II di Svevia, e disconoscendo così l’indipendenza di Firenze dal Sacro Romano Impero.

Non sappiamo poi bene se alla fine gli esecutori del delitto fossero stati condannati o meno, ma possiamo affermare (ed è anche quello che le fonti contemporanee o di poco successive ci raccontano) che da quel momento in poi si iniziò a parlare in città di partito guelfo e partito ghibellino: con questi due termini, infatti, si voleva indicare chi era più a favore del potere imperiale (i ghibellini,che appunto rappresentavano le antiche famiglie aristocratiche) e chi era più a favore dell’indipendenza di Firenze dal Sacro Romano Impero (i guelfi, che in seguito si schierarono dalla parte del Papato).

Da allora, i due partiti si combatteranno per quasi cinquant’anni, fino a quando, con la definitiva sconfitta di Manfredi di Svevia, figlio di Federico II, a Benevento nel 1266, i ghibellini saranno cacciati per sempre da Firenze.