Pubblico impiego è sinonimo di lentezza, inefficienza, scarsi risultati a fronte di costi eccessivi. È davvero così?

È bene tener presente che il settore pubblico, sebbene ci siano delle criticità piuttosto evidenti, ha svolto un ruolo cruciale nell’edificazione del Paese.

Per capire meglio, abbiamo intervistato una persona che opera a stretto contatto con le dinamiche del pubblico impiego: Nicola Burzio dirigente sindacale della CISL FP di Firenze.

Si parla spesso della burocrazia inefficiente che grava sull’intero sistema paese, con l’idea che gran parte di questa inefficienza dipenda da chi lavora all’interno di essa. Cosa mi dice in proposito?

Non mi piace il termine burocrazia. È stato fatto per anni un giochino mediatico per associare a questa parola l’idea di lentezza e scarsità di risultati e per bollare chi invece lavora per il bene comune, per ogni cittadino, perché questo fa chi vi rilascia la carta d’identità o il passaporto, chi vi contatta per uno screening sanitario, chi adempie alle pratiche che vi consentono di andare a votare per provare a far sentire la vostra voce.

I dipendenti pubblici sono stati in questi anni il capro espiatorio per difetti e colpe di altri. Il lavoro nella PA procede con lentezza a causa della enorme quantità di norme, spesso contraddittorie, che ci sono nel nostro paese, non certo per colpa di chi ci lavora che, anzi, dovendole applicare districandosi tra di esse ne è vittima. Al pari dei cittadini. Mi dica lei: chi fa le leggi?

Vuol sottolineare il fatto che c’è del buono nella pubblica amministrazione?

Certo che c’è del buono. Questo vale per l’assoluta maggioranza di chi ci lavora. Vale sicuramente per la base costituita da coloro che ogni giorno svolgono il loro compito.

Permettimi di sottolineare che quando si parla di dipendenti pubblici privilegiati, nessuno – giornalisti in primis – si sofferma sul fatto che gli stipendi sui mille euro al mese della maggioranza, quella che, come accennavo, fa il lavoro concreto, sono quattro-cinque ma anche dieci volte inferiori a quanto prendono i dirigenti e l’alta dirigenza che dovrebbero guidarli.

E questa maggioranza è composta da persone in genere molto qualificate sotto il profilo scolastico e professionale, al pari di chi comanda. Forse anche di più.

Cosa pensa del nuovo ministro della pubblica amministrazione?

Penso che abbia buona volontà ma da sola non basta, serve una reale e concreta conoscenza del lavoro pubblico e per questo è fondamentale il confronto con le organizzazioni sindacali e non cercare il facile consenso delle piazze.

Credo per esempio sia sbagliato insistere sull’assenteismo, si rischia di far percepire come dilagante un fenomeno limitato, mortificando e avvilendo dinnanzi all’opinione pubblica l’immagine di tutti coloro che fanno onestamente il loro dovere. Lei come crede che si sentano queste persone?

Tengo a fare un’ultima precisazione. I lavoratori pubblici devono tornare a chiedere il riconoscimento della loro professionalità. A rivendicare il loro ruolo. A pretendere rispetto denunciando tutto quello che non va nel sistema pubblico italiano. Anche mettendo in luce se ci sono casi di condizionamento politico, di carriere pilotate, di irresponsabilità dei vertici.

E il sindacato deve essere al loro fianco, dopo anni di lotta di retroguardia e di contenimento ad un attacco che dura dall’inizio della crisi economica, dai tempi del decreto Brunetta. Tolta la foglia di fico delle colpe dei dipendenti pubblici ci sarà da ridere.