Renzo Nardi, segretario regionale FN UGL Comunicazioni Toscana, ha concesso a Sei di Firenze se un’intervista a tutto campo sul mercato del lavoro.

Quali sono le ricadute del precariato sulla vita delle persone? 

“Il precariato ha prodotto una generazione priva di certezze, fiducia e stabilità, che non può emanciparsi dalla famiglia e costruirsi una propria realtà. Purtroppo in Italia i contratti a tempo determinato sono sempre molto utilizzati e le nostre aziende tendono ancora a proporre ai propri dipendenti dei contratti precari, perché più convenienti. Su questa tendenza sicuramente ha pesato il Jobs Act, la riforma del lavoro del Governo Renzi, che doveva disincentivare il precariato e che invece lo ha fatto decollare.
Per questo, l’attuale Governo deve invertire la rotta con adeguate politiche volte a far ripartire la nostra economia e puntare sull’occupazione stabile e combattere il precariato, per dare fiducia alle prossime generazioni”.

Il reddito di cittadinanza introdotto dal governo può esser d’aiuto a chi perde il lavoro?

“Il reddito di cittadinanza, così come pensato e strutturato, è secondo me una misura che cerca di combattere genericamente la povertà più che far crescere l’occupazione. Specialmente in queste prime fasi poi, non sarà semplice far funzionare il meccanismo di domanda e offerta che è alla base del decreto e che dovrebbe far crescere l’occupazione. Nonostante i soldi stanziati infatti, ristrutturare i centri per l’impiego, trovare e formare i navigator, adeguare il sistema informatico non credo siano cose semplici e veloci e se si pensa che in Germania ci hanno impiegato 4 anni per realizzare queste cose, viene da se che in 3 mesi è un’impresa improbabile da realizzare”.

Il decreto dignità rappresenta un’inversione di tendenza rispetto alle riforme attuate da Biagi fino al Jobs Act. È una soluzione al problema o rischia di creare altri disoccupati?

“Il decreto 87/2018 è una novità e una rottura netta con il passato. Secondo me rappresenta un percorso lungo e complesso, del quale siamo solo ai primi passi. Questo decreto cerca infatti di dare delle risposte immediate al problema della disoccupazione e soprattutto del precariato, ma non è sufficiente ridurre la durata complessiva dei contratti a tempo determinato o reintrodurre l’obbligo di indicare la causale per favorire l’aumento dei contratti a tempo indeterminato. Occorrono anche la riduzione del costo del lavoro e il rilancio dell’economia del Paese per arrivare al compimento del percorso”.

Nei paesi del Nord Europa si è sviluppato il modello della “flexicurity”. Un mercato del lavoro molto flessibile ma al tempo stesso con ampie garanzie di trovare lavoro. Sarebbe replicabile qui?

“Nella comparazione con altri Paesi europei è proprio in Italia che l’incidenza del lavoro a tempo determinato sull’occupazione totale ha registrato, negli ultimi sei anni, l’incremento più significativo e, a conferma di come i contratti a tempo determinato siano diventati una strada per accedere al lavoro, si registra che la diffusione del lavoro a termine è stata più consistente tra i giovani. Questo confermerebbe che le varie forme contrattuali a tempo determinato costituiscono, in molti casi, la principale via d’accesso al lavoro. L’aumento della disoccupazione nel periodo di crisi ha colpito soprattutto quelle fasce di lavoratori maggiormente impiegati con le tipologie contrattuali di durata prestabilita, giovani e donne. Tutto questo ha rilanciato, anche nel nostro Paese, il dibattito ed il confronto sulla flexicurity per lavorare alla costruzione di un sistema che sia in grado di conciliare una maggiore flessibilità con moderni sistemi di protezione sociale e politiche attive del lavoro efficaci. Nel confronto con i Paesi europei che si sono dotati di sistemi che coniugano flessibilità e sicurezza, l’Italia appare però ancora molto distante dal raggiungimento di tale traguardo, anche se qualcosa si sta muovendo.

In Italia ci sono delle categorie sistematicamente ai margini del mercato, donne in primis. Cosa si può fare per loro?

“Donne e lavoro sono un binomio, da sempre, difficile e faticoso che, per fortuna, negli anni è diventato sempre più possibile e fattibile. Solo il 46% delle donne lavora in Italia e molte di loro sono tenute lontano dai posti di leadership, tanto che nel nostro Paese solo un manager su tre è donna. Nonostante i passi avanti fatti, le riforme e una maggior attenzione sul tema, sono ancora tante le barriere che le donne trovano nel mondo del lavoro e per una donna dividersi tra lavoro e famiglia è ancora molto faticoso e difficile”.

Poste italiane, da sempre sinonimo di solidità, come sta vivendo questa fase di trasformazione. Ci sono o ci sono state ripercussioni sui servizi o sui dipendenti? E sul territorio toscano e fiorentino?

“In Poste Italiane è stato sottoscritto con le Organizzazioni Sindacali un accordo sulle stabilizzazioni il 13 giugno scorso che prevede 3000 assunzioni in più tranche a livello nazionale, delle quali, per la prima tranche, circa 70 a livello della Toscana. Un accordo che non prevede soltanto stabilizzazioni, ma anche conversioni di contratti da part time a full time e trasferimenti su tutto il territorio nazionale. Questo è solo un primo, ma importante passo, che ci rende orgogliosi e che dovrà svilupparsi anche nei prossimi anni per venire incontro alle esigenze di riorganizzazione dell’azienda e delle aspettative dei tanti lavoratori precari di Poste”.