Impenetrabili torri d’argento XVII

Durante i giorni della merla è normale doversi coprire più del solito e attendersi ghiaccio e gelate in città, e magari un po’ di neve in collina e in campagna. Quest’anno è arrivata la neve, anche se per poco, mentre il freddo più intenso si è avuto (per ora) non soltanto in questa settimana ma anche all’incirca poco prima della metà del mese.

Gelo a Firenze

Tra il 9 e il 12 gennaio si è verificato in città un fatto che, pur non essendo così raro come si possa immaginare, resta uno dei più suggestivi che si possano ammirare negli inverni fiorentini (eccezion fatta per le meno frequenti, ma splendide, nevicate). Una sottile lastra di ghiaccio si è stesa prima lungo la riva sinistra d’Arno all’altezza del Pignone per poi chiudere completamente un breve tratto del corso del fiume, permettendo così a gabbiani, anatre e gallinelle di scendere in Arno dalle Cascine e camminare sull’acqua.

Nel 1985, come in molti ricordano, la gelata fu un fatto epico: l’intero tratto del fiume a monte della città si ghiacciò completamente e molti fiorentini poterono attraversare l’Arno senza servirsi dei ponti. Nel 2002 poi un’altra ghiacciata permise alla lastra di ispessirsi tanto da poter sostenere il peso di un uomo, ma per fortuna nessuno si arrischiò a tentare l’attraversamento.

Nei secoli passati il fatto doveva sicuramente avvenire con molta più frequenza di quanto non accada oggi, aiutato dall’assenza delle peschiere e dal basso impatto termico della città sul suo ambiente.

Chissà che non sia stato anche uno dei ghiacciati inverni fiorentini in riva all’Arno ad ispirare Dante sulla fine del XIII secolo per uno dei più violenti episodi raccontanti nel suo poema.

‘Commedia’, ‘Inferno’, Canto XXXII

Dante e Virgilio sono quasi arrivati nel punto dell’universo più lontano dallo sguardo di Dio, il centro della terra, il punto più basso dell’inferno, la casa di Satana dove sono puniti in eterno i delitti e i crimini più odiosi e più meschini. L’assenza dell’amore di Dio si manifesta non nel fuoco che, pur bruciando e distruggendo, rinnova, ma nel ghiaccio che uccide ogni forma di vita e le impedisce di rigenerarsi, bloccandola per sempre in una prigione immutabile.

“Un lago che per gelo / avea di vetro e non d’acqua sembiante”

Ghiaccio eterno e tenebre fitte sotto i passi di Dante e Virgilio, che attraversano l’Antenora, il lago ghiacciato in cui vengono puniti i traditori della patria. Vuoi per il freddissimo vento che sferza quel lago ghiacciato, vuoi per il buio o per l’angoscia di trovarsi quasi al cospetto del demonio, Dante inciampa involontariamente in qualcosa che fuoriesce dalla lastra di ghiaccio. E quel qualcosa parla.

“Perché mi pesti? Perché vieni ad accrescere la mia pena? Forse per vendicare ancor di più il delitto che commisi a Montaperti?”. Dante ha colpito in volto un dannato, gli ha dato un calcio in faccia, l’unica parte del suo corpo che fuoriesce dal ghiaccio.

“Chi sei tu che mi rimproveri in questo modo?”. È l’inizio di un battibecco fra Dante e il misterioso dannato, il cui volto, sfregiato dal dolore della terribile pena inflitta, non viene riconosciuto dal poeta: Dante ha sentito il riferimento alla battaglia di Montaperti e vuole sapere chi sia quell’uomo per inserire il suo odioso nome nel poema che sa essere destinato a comporre dopo la conclusione del suo viaggio.

Non dello stesso avviso è il dannato, che scaccia Dante a male parole e lo offende. La rabbia di Dante si manifesta allora in tutta la sua forza e nel suo giusto sdegno verso l’anima di un disgustoso peccatore: “Allor lo presi per la cuticagna / e dissi: ‘El converrà che tu ti nomi, o che capel qui sù non ti rimagna’ / … Io avea già i capelli in mano avvolti, e tratti glien’avea più d’una ciocca, latrando lui con li occhi in giù raccolti…”, quando un altro dannato tradisce il compagno, nominandolo per nome e soddisfacendo la curiosità di Dante: “Che hai tu Bocca? / Non ti basta sonar con le mascelle, / se tu non latri?”.

“Lo strazio e ‘l grande scempio”

Il misterioso dannato, vergognoso del proprio peccato, è così affidato al disprezzo eterno dei posteri: il suo nome è Bocca degli Abati, nobile fiorentino di una generazione più vecchio di Dante, guelfo che combatté a Montaperti il 4 settembre 1260 contro i senesi e i ghibellini fuoriusciti (fra i quali militava un’altra conoscenza di Dante, Farinata degli Uberti).

Le cronache narrano che, per sete di potere, nel bel mezzo della battaglia Bocca mozzò di netto la mano di Jacopo de’ Pazzi, un valoroso cavaliere fiorentino che reggeva l’insegna della città, comandando con essa la cavalleria. L’esercito fiorentino senza guida e senza ordini, credendo che le insegne fossero già state catturate dai nemici, sbandò, cadde nella confusione e decretò così la propria sconfitta.

Bocca, grazie al quale i senesi avevano vinto, fece ritornò a Firenze e fece parte del governo ghibellino della città, guadagnando probabilmente molto dal suo tradimento. Dante, guelfo e fiorentino, consapevole che la città aveva scampato solo di un soffio una catastrofe dalla quale non si sarebbe mai più risollevata, non gli perdonò il peccato che aveva condannato Firenze alla sconfitta (Leggi anche COME FIRENZE SI RIALZÒ DOPO LA SCONFITTA SUBITA DA SIENA?).

Sul ghiaccio dell’Antenora, passeggiando come forse aveva fatto tante volte sull’Arno gelato negli inverni fiorentini, Dante prende parte al disegno divino di punizione dei peccatori: non ha nessuna pietà di quel Bocca degli Abati al quale, pur di estorcergli il nome, non esita a strappare con violenza una ciocca di capelli. E grazie a Dante l’onta del suo tradimento, che nel buio dell’inferno avrebbe voluto nascondere, è destinata ad essere ricordata; anzi, il suo nome di traditore è esposto oggi sul muro della sua vecchia casa, in via de’ Tavolini, perennemente associato alla rovinosa battaglia di Montaperti.