Francesco Torselli, consigliere comunale uscente di Fratelli d’Italia a Palazzo Vecchio ha appena dato alle stampe il suo libro “Generazione 7”. Lo abbiamo intervistato per parlare della sua opera.

La tua è stata una scelta controcorrente: di solito personalità politiche danno alle stampe un’opera in concomitanza con svolte epocali. Già da tempo hai però dichiarato che non ti ricandiderai per le prossime amministrative.

In realtà è una svolta epocale anche la mia: lascio Palazzo Vecchio dopo dieci anni. Un’ esperienza unica che consiglio a tutti coloro che hanno a cuore la politica e l’impegno civico per la propria città. La prima volta che siedi nei banchi del consiglio comunale, in cui decidi il futuro della città, ti viene la pelle d’oca.

Il libro arriva in concomitanza con questa scelta, una decisione sicuramente difficile. Mi dispiace non ricandidarmi e lasciare Palazzo Vecchio, che è stato una costante in questi 10 anni di vita.
Lo faccio per due motivi. Il primo perché dopo dieci anni ti finiscono le idee e ricandidandomi sarei d’ostacolo a qualcuno che vuole provare questa bellissima avventura. Non potrei perdonarmelo. Spero che al mio posto possa arrivare una persona più motivata, più entusiasta, che possa portare in consiglio comunale una ventata di novità che io non posso oramai più offrire. Il secondo motivo è la sfida eterna che ogni uomo dovrebbe avere con la propria coerenza. Ho iniziato a fare politica da minorenne e quando, all’epoca, mi venivano presentate personalità politiche di spicco (consiglieri, parlamentari…) in occasione di vari eventi mi faceva specie sentirli raccontare da quanto erano in carica: venti, trenta anni. Mi domandavo quando avrebbero fatto un passo di lato per far fare un’esperienza nelle istituzioni ad un’altra persona. Da quelle riflessioni, allora, ho sempre pensato che si può fare un primo mandato per capire il funzionamento della macchina amministrativa e poi un secondo in cui offrire l’esperienza acquisita nei cinque anni precedenti. Al termine di questo periodo di tempo, però, è necessario tornare al proprio lavoro. Se nei dieci anni precedenti sei stato bravo, la politica e il tuo partito ti daranno l’opportunità di andare in un altro ente, di andare più in alto, di ricoprire ruoli più importanti. In caso contrario, te ne rimani a casa.
Quando affermavo questa idea insieme ai ragazzi di An, Di Maio andava alle medie. Non voglio scavalcare il vicepremier e il Movimento, ma non hanno inventato nulla di nuovo.

Perché il titolo Generazione 7?

Generazione 7 è la mia generazione, quella di chi è nato con il sette, cioè di chi è venuto al mondo tra il 1970 e il 1979. È la generazione dei quarantenni di oggi, la prima che non prende avvio da un evento planetario, che non ha avuto un “big bang” alle spalle. Quella prima della nostra, ad esempio, aveva avuto invece il ’68, quella prima ancora la Seconda guerra mondiale e così via.

Qual è stata dunque la scintilla che ci ha fatto scendere in campo e che ci ha spinto ad impegnarci nella vita politica? Sono state piccole esplosioni, nel libro ne ho raccontate alcune, che sono di vario tipo. Due su tutte sono state delle bombe vere: la prima, che abbiamo visto in diretta, che ha ammazzato il giudice Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta e, la seconda, quella che da lì ad un anno esplose a Firenze, in casa nostra, in via dei Georgofili. Un’altra scintilla, che è anche il mio primo ricordo politico, è il crollo del muro di Berlino. Quella sera mia mamma mi ha chiamato in salotto e ho potuto vedere alla televisione il telegiornale in edizione straordinaria che trasmetteva le immagini di persone che scavalcavano questo muro tra i festeggiamenti e l’euforia generale. Ricordo a grandi linee le parole di mia mamma: “Guarda che cosa sta succedendo in Germania. Guardati queste immagini. Oggi si sta scrivendo una pagina di storia indelebile”.

Nel libro mi sono divertito a raccontare altre piccole scintille di tutt’altro genere che hanno però formato la Generazione 7. Come ad esempio, gli episodi di sport come il gran premio di Montecarlo, in cui Ayrton Senna arrivò secondo sotto il diluvio universale. Ricordo Prost che si lamentava del fatto che il Gran Premio non fosse stato interrotto prima a causa del diluvio e Senna che invece protestava per la sospensione della gara, perché in pochi giri sarebbe riuscito a strappare la prima posizione. La Generazione 7 è quella che ha vissuto Donington con l’esordio di Valentino Rossi in 125 con l’Aprilia.
I fiorentini nati negli anni Settanta, invece, sono quelli che non hanno fatto in tempo a vivere in prima persona la rivolta per Roberto Baggio. Io, ad esempio, avevo 14 anni e guardavo in televisione i telegiornali che facevano vedere le manifestazioni dei tifosi contrariati per il passaggio di Baggio alla Juventus.
Ho provato a chiedere a mia mamma di lasciarmi andare, ma non ha voluto sentire ragioni [ride, ndr].
Abbiamo però avuto la fortuna, da più grandi, di goderci giocatori quali Batistuta e Rui Costa.

Di questa generazione fanno parte anche due politici di cui parli nel libro: Meloni e Renzi. Quali possono essere le similitudini e le differenze tra queste due personalità?

A livello umano, caratteriale, per quello che ho potuto constatare, sono profondamente differenti, non esistono similitudini. Matteo è l’uomo solo al comando, è il decisionista, l’uomo che si consulta con i fedelissimi ma che, alla fine, decide di testa sua. Matteo è il capo. Giorgia, invece, è l’esatto contrario, è la guida. Vive ed ha creato la sua fortuna politica personale sul fatto di essere la leader riconosciuta di una comunità e in passato l’esponente di punta, ammesso da tutti, dei giovani di An. La sua “scalata al vertice” è iniziata in un periodo storico difficile dove il movimento giovanile di Alleanza Nazionale era spaccato in 4 pezzi e lei ne rappresentavo uno dei quattro, non il numericamente più grande. In maniera naturale si è affermata riunificando i ragazzi di An e vincendo il congresso, battendo Carlo Fidanza, che ha collaborato con Giorgia dal giorno dopo la sconfitta e che ancora oggi è uno dei deputati più vicini della nostra leader.

In definitiva la Meloni si può definire come una guida che attira attorno a sé le persone. Se sei meloniano, non lo sei perché credi ciecamente in lei come un’icona ma perché hai fatto un percorso con Giorgia. Invece ho visto renziani credere a Matteo Renzi come se questi fosse una sorta di divinità.

Le similitudini le trovo più dal punto di vista della formazione, dalle esperienze storiche vissute. Hanno entrambi visto l’uccisione di Falcone e Borsellino, la caduta del Muro di Berlino, l’Europa divisa in due dalla Cortina di Ferro e poi di nuovo unita. Quando parlano di quei temi, pur avendo visioni differenti, è evidente a tutti che ne discutono in maniera diversa dagli altri. Li trattano come solo la generazione 7 riesce a fare, proprio perché ne hanno fatto un’esperienza diretta.

Generazione 7, come anche la Generazione 8, sono quelle più penalizzate dal punto di vista politico e lavorativo, almeno qui in Italia. C’è ancora un futuro per queste generazioni? Si impegneranno ancora nella gestione del bene comune nonostante stiano vivendo un periodo in cui non credono più nella politica?

Questa è la grande domanda che mi ha spinto a scrivere questo libro ed è appunto l’interrogativo con cui si chiude. Il libro parla principalmente degli aspetti legati alla politica però il discorso vale anche per altri ambiti, come quello lavorativo e così via. Nel penultimo capitolo cito un articolo di Giovanni Floris, pubblicato su Il Fatto Quotidiano, che fa un’analisi lucidissima della Generazione 7, dei quarantenni di oggi e dei leader politici appartenenti a questa fascia d’età come Salvini, Meloni e Renzi. In questo articolo, il giornalista avverte queste donne e uomini di essere arrivati a giocarsi l’ultima chance, la generazione successiva infatti incombe. Basti pensare, ad esempio, ai primi esponenti politici trentenni come Di Maio o come la Boschi che hanno avuto ruoli importanti di governo. La Generazione 7 ha l’ultima chance, la prova d’appello: non può e non deve essere liquidata come approssimativa. Il grande nemico di questa generazione, infatti, è l’approssimazione.

Abbiamo patito molto il fatto che non siamo mai stati chiamati a governare nulla, tranne, in controtendenza, Renzi (prima sindaco e poi primo ministro) e Meloni (più giovane ministro della Repubblica, la più giovane vicepresidente della Camera, la più giovane donna candidata presidente del consiglio). Loro hanno bruciato le tappe ma tutti gli altri nati negli anni Settanta si sono dovuti rassegnare a vedere il potere che si alternava nelle mani di Berlusconi e Prodi, due uomini che hanno già compiuto quarant’anni due volte.

Nei primi capitoli del libro ho inventato un paradosso prendendo come esempio un ipotetico signor Mario. Questi, appartenente alla generazione dei nostri genitori, si è diplomato negli anni Settanta nel settore nascente dell’elettronica e dell’elettrotecnica. Negli anni Ottanta è diventato un provetto maestro di elettronica e si è specializzato nella riparazione di tutti i più sofisticati apparecchi dell’epoca (hi-fi, autoradio della macchina, radioline, mangiadischi). Oggi Mario, dopo una vita di lavoro, è in pensione e porta i nipoti ai giardini. Nessuno, però, tra quelli che passeggiano nello stesso parco di Mario, nonostante il curriculum, affiderebbe a questo pensionato l’Iphone da riparare perché il mondo è andato avanti mentre le sue conoscenze risalgono ad almeno trent’anni prima. Giustamente, quindi, la sua preparazione è da ritenere insufficiente per poter mettere mano efficacemente a questo moderno cellulare.

Il paradosso è che a Mario non faremmo toccare il nostro cellulare ma ai suoi coetanei è stato permesso di gestire il nostro paese. Persone che hanno un linguaggio diverso da quello attuale, che hanno fatto esperienze in un mondo diverso rispetto a quello odierno, che hanno una visione del rapporto con l’Europa e con il resto del mondo oramai superato, si trovano a decidere per le giovani generazioni.

Le donne e gli uomini nati negli anni Settanta, inoltre, rischiano di essere liquidati da un paese che ha un’avversione per i giovani. È una nazione la nostra in cui si fa un gran parlare di giovani e di rinnovo ma che poi, alla fine, non fa gestire ad un quarantenne nemmeno un’azienda.

L’ultima domanda te la devo fare sull’attualità…

Il candidato sindaco ancora non è stato scelto.

Mi hai anticipato. Immagino te l’aspettassi. Allora pongo la domanda in modo diverso. Sabato 16 marzo, alle 9.30, ci sarà al Convitto della Calza Giorgia Meloni per un evento sulla famiglia. Per quella data, la leader di Fratelli d’Italia potrà annunciare il nome del candidato sindaco del centrodestra per Firenze?

Dopo aver scritto un libro in cui si magnifica e si elogiano le doti di Giorgia, non priverò i giornalisti della possibilità di poter fare le domande direttamente a lei sul candidato sindaco e in questo modo farvi dimostrare dalla diretta interessata le sue qualità [sorride, ndr].

Comunque posso dire che il tavolo nazionale dovrebbe esserci a brevissimo e il nome del candidato spero arrivi  entro questa settimana.