Impenetrabili torri d’argento XXIII

Sulle tracce di Dante XI

Su un palazzo in Borgo Santi Apostoli, quasi all’incrocio con via Por Santa Maria, si trova un’altra delle numerose lapidi che tappezzano il centro di Firenze: quelle targhe che, di strada in piazza, tracciano il cammino che stiamo percorrendo sulle orme di Dante.

La targa di Borgo Santi Apostoli non è dedicata ad un parente prossimo di Dante, o ad un evento legato direttamente alla sua vita fiorentina, ma ricordano un uomo le cui scelte modificarono la storia dell’intera città, condannando molti fiorentini a morte, altri all’esilio, altri alla confisca di tutti i beni. Una scelta che, seppure storicamente non fu la sola causa della guerra che ne derivò, ne fu senz’altro la più forte scintilla, quella che contribuì a far precipitare gli eventi.

Dalla valle dell’Ema a Firenze

“O Buondelmonte, quanto mal fuggisti / le nozze sue per li altrui conforti! / Molti sarebber lieti, che son tristi, / se Dio t’avesse conceduto ad Ema / la prima volta ch’a città venisti”. Queste le parole sulla lapide: Buondelmonte de’ Buondelmonti il loro protagonista.

Un nome noto a tutti coloro che conoscano un po’ di storia fiorentina e che abbiano letto anche solo qualche episodio della ‘Commedia’ di Dante. Buondelmonte, rampollo di una delle famiglie più importanti della città, era stato al centro di un grande scandalo, tra gli ultimi mesi del 1215 e i primi del 1216 (per l’intera storia leggi anche Guelfi e ghibellini: come nacque lo scontro che infiammò la Firenze medievale).

Risse e matrimoni nel Medioevo

Scaramucce fra vivaci e animosi giovani fiorentini, una rissa scoppiata durante un banchetto forse, oppure un banale screzio fra bande di ragazzi di buona famiglia, bramosi di botte. Ma il guaio – quando accadono queste cose – non è tanto il fatto in sé, ma il significato che le parti vogliono leggervi, ieri come oggi. Ne venne fuori dunque un gran baccano che coinvolse tutte le famiglie dei giovani interessati (ovvero tutte le famiglie della città). Buondelmonte de’ Buondelmonti, colui che aveva acceso la rissa, si prestò a porvi rimedio, accettando di sposare una giovane parente degli offesi, una ragazza che di cognome faceva Amidei.

Amidei e Buondelmonti, come tutti i migliori vicini di casa, si sopportavano poco, e ad accrescere la loro inimicizia si aggiungevano le diverse posizione politiche. Un matrimonio fra le due famiglie avrebbe potuto portare con sé i migliori frutti: magari davvero “non tutto il male vien per nuocere”.

Una scelta sbagliata

Ma non tutti la pensavano così, sicuramente non l’ingenuo Buondelmonte: il giorno delle nozze non solo non si presentò alla cerimonia, lasciando letteralmente la fidanzata sola all’altare, ma pensò bene di deviare il suo cammino, andando a chiedere la mano alla figlia del più acerrimo nemico del padre della quasi-sposa, un Donati.

Amidei contro Donati: caos assicurato. L’insulto fu preso malissimo non solo dai parenti della poveretta, ma da tutti gli alleati della famiglia degli Amidei che, decisi a punire l’affronto, si riunirono per concordare il da farsi.

Non fu solo il legittimo desiderio di riparare un’offesa, ma il pretesto per scatenare una lotta che sopiva da tempo in città per motivi politici ben più grandi delle preferenze amorose di un giovane fiorentino un po’ scapestrato. “Cosa fatta capo ha!”, fu pronunciato in quella riunione; e la ‘cosa’ era nient’altro che un omicidio.

Fiorentini: attenti quando andate a messa!

La mattina della Pasqua del 1216, mentre si stava recando alla messa, appena uscito dalla sua casa di Borgo Santi Apostoli, raggiunto il capo di Ponte Vecchio dove resistevano ancora i ruderi dell’antica statua romana di Marte (il dio pagano protettore della città e causa di gravi sciagure secondo la superstizione cittadina), Buondelmonte de’ Buondelmonti pagò la sua superficialità. Un Gangalandi, Schiatta degli Uberti, Mosca Lamberti, Oddo Fifanti e il quasi-suocero Lambertuccio Amidei pugnalarono e uccisero ferocemente Buondelmonte.

“Molti che ora sono tristi, sarebbero felici, se Dio avesse concesso che tu o il tuo antenato che per primo scese a Firenze dalle vostre campagne nella valle dell’Ema affogaste in quello stesso fiume”. Questo il significato delle parole di Dante, consapevole che quell’omicidio e ciò che lo aveva causato non furono gli unici motivi delle sanguinose lotte che da qual momento funestarono la città, ma consapevole anche che fu quella la goccia che fece traboccare il vaso.

“Quei cotali… che son cagion di tutti vostri mali”

Gli amici dei Buondelmonti e i parenti della moglie del morto, i Donati, parteggiavano per le posizioni del papa in quei complicati primi anni del XIII secolo, mentre gli assassini erano un gruppo omogeneamente vicino alle pretese della famiglia imperiale, alla casa di Svevia che in quegli stessi anni stava giocando una partita delicata per l’egemonia in Italia e in Europa.

Appellarsi all’autorità di un potente straniero per risolvere gli equilibri interni era già a quel tempo il gioco preferito (e pericoloso) delle fazioni delle città italiane; la rissa, le scelte di Buondelmonte e il suo omicidio avevano scoperchiato un vaso di Pandora che aprì così le porte di Firenze alla lotta fra guelfi e ghibellini.

E Dante da quella lotta avrebbe ereditato, come molti altri fiorentini, distruzione, angosce, esilio. Noi invece targhe sui muri dei palazzi di Firenze e nientemeno che la sua ‘Commedia’: magari davvero – stavolta – “non tutto il male vien per nuocere”.