Impenetrabili torri d’argento XXIV

Sulle tracce di Dante XII

“Se mai accadrà che il mio sacro poema, al quale hanno contribuito le forze della terra e del cielo e al quale mi sono impegnato per lunghi anni, superi l’ostilità e la malvagità dei miei concittadini che mi costringe all’esilio, scacciato dalla mia patria e dalla mia casa in cui ho vissuto da bambino e da giovane, innocente, ma odiato da coloro che come lupi famelici dilaniano Firenze con guerre continue, io potrò tornare nella mia città, più anziano, ma anche più maturo e con i capelli bianchi. Ritornerò come poeta e presso il Battistero di San Giovanni in cui sono stato battezzato riceverò la corona d’alloro”.

Un sogno, fragile, ma commosso e tenace

Un uomo che, condannato a non rivedere mai più la propria casa, a non riunire mai più i propri affetti intorno al tavolo al quale si era seduto da bambino, sogna di tornare nella sua città, di riacquistare il proprio ruolo e di vedersi riconosciuto dai membri della sua comunità per quello che è: una guida, un poeta.

Dante è ormai quasi giunto alla conclusione del suo poema. Sta scrivendo un’opera immensa, la somma del sapere di una vita e di un’intera generazione, ormai da lunghi anni, più di un decennio. Il poeta è stanco, affaticato dal lavoro e dalla precarietà della sua condizione di esule, costretto a vagare di città in città, al servizio di signori sempre diversi, delle cui ambizioni politiche e militari si deve rendere convinto sostenitore, se vuole continuare a vivere e a sostenere la propria famiglia.

Ma il senso di tutto è sempre quello, l’obiettivo di tutti gli sforzi non è cambiato. Scrivere il suo ‘poema sacro’, il racconto del suo viaggio nei tre regni dell’altro mondo. È questo il significato di tutto e Dante non solo sa che deve realizzarlo a tutti i costi, ma ci riuscirà per davvero.

Di tanto in tanto, nelle terzine di una delle cantiche della sua ‘Commedia’, il Dante autore prende il sopravvento sul Dante personaggio e il lettore può quindi cogliere il poeta nel momento stesso in cui scrive, figurarselo quasi davanti ai suoi occhi mentre gli parla.

E Dante, nel XXV canto del Paradiso, nel racconto di una delle ultime tappe del suo cammino di elevazione spirituale, tramite le quali si renderà finalmente degno di fissare il proprio sguardo direttamente in Dio, entra nella narrazione e parla direttamente di se stesso.

A distanza di sette secoli, le sue parole sono ancora vivvide: le parole di un uomo afflitto e ormai anziano, affaticato, ma tenace, testardo, caparbio, deciso a concludere il suo lavoro e a cercare di raggiungere uno degli obiettivi che si era prefissato con il progetto del suo capolavoro: divenire talmente grande, talmente famoso e talmente onorato, che i fiorentini avrebbero dovuto non solo riaccoglierlo in città a braccia aperte, ma tributargli onori da eroe, accettando che ricevesse nel cuore della città la corona d’alloro dei poeti, il simbolo dell’elevazione del poeta sugli altri uomini.

Il sogno è destinato a rimanere tale, poiché non solo i fiorentini non riapriranno mai le porte della città al suo figlio, ma quel riconoscimento – la corona d’alloro sacra ad Apollo, il dio della poesia – non sarà mai posta sul capo di Dante. Il nostro ‘sommo poeta’ non è risucito neppure scrivendo le migliaia di versi della ‘Commedia’ a guadagnarsi uno straccio di laurea.

E quando Dante deve pensare al luogo che più di tutti desidererebbe rivedere, quello nel quale vorrebbe con tutto se stesso rimettere piede, non nomina la propria casa, i propri privati affetti, ma il luogo simbolo della sua città: il Battistero.

I fiorentini conoscono il legame segreto che li stringe al proprio Battistero

Come Dante, migliaia e migliaia di fiorentini hanno ricevuto nel corso dei secoli il battesimo all’ombra di San Giovanni, e con quel rito, non sono divenuti solo parte della Chiesa, membri della comunità dei fedeli, ma anche membri della comunità civile, componenti a tutti gli effetti della città.

È per questo che il Battistero non è una chiesa come tutte le altre: è un po’ il nostro Pantheon, il nostro Colosseo, il nostro ponte di Rialto, il nostro Big Ben, la nostra Tour Eiffel, anche se i turisti non lo sanno e non ricordano certo San Giovanni come il monumento più fotografato della città (tanto che anche di recente è stato utilizzato come pietra cui affidare qualche maldestro messaggio in bomboletta spray o pennarello indelebile).

Il Battistero è il luogo passando dal quale si diventa veramente fiorentini, a tutti gli effetti, perché vi si è nati e vi si viene battezzati, perché vi si è accompagnati dai nonni nelle domeniche di festa; perché quella chiesa è lì, da secoli, testimone silenziosa e sempre uguale, sempre bellissima di tutto ciò che è avvenuto in città.

E Dante sapeva tutto questo, e desiderava da vecchio, sopra ogni altra cosa tornare a vedere il suo ‘bel San Giovanni’, entrarvi da riconosciuto componente della sua comunità, in virtù delle sue doti e del suo genio.

Le parole e i sogni di Dante sono affidati al marmo, ma tutti, fiorentini e non, sanno bene come deve essere raffigurato il poeta perché sia universalmente riconosciuto, nei murali, sulle monete, sui manifesti: veste rossa, naso aquilino, espressione corrucciata, cappuccio e corona d’alloro in capo. Proprio quella corona che da vivo non fece in tempo a ricevere, ma che è diventata un tutt’uno con il suo nome.