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Impenetrabili torri d’argento XXI

Foto e turisti

Migliaia di foto, ogni giorno. Centinaia di migliaia, se non milioni di scatti, con la luce, di notte, con la pioggia e con il sole: ogni angolo di Firenze è al centro di un obiettivo ogni giorno.

E foto della città possono essere sempre, in ogni momento, recuperate da ogni angolo del mondo, cosicché sarebbe possibile visitare la città (come ogni altra città) semplicemente davanti allo schermo del proprio pc.

Ma allora perché i turisti? Perché milioni di persone continuano ogni anno ad entrare in città per viverci qualche giorno, per osservarne le opere e i musei?

L’aura fiorentina

Certo, il cibo, la gente, l’aria che si respira, l’atmosfera delle strade. Ma sicuramente c’è anche dell’altro: il turista, anche il meno accorto, vuole ‘esserci’ in quel luogo, viverlo veramente e non solo osservarlo, da lontano. E le chiese, i musei, i palazzi, le opere d’arte che vi sono racchiuse, anche in un’epoca come la nostra in cui è possibile osservarle continuamente a migliaia di chilometri di distanza (qualcuno avrebbe detto, in un’epoca di loro ‘riproducibilità tecnica’) mantengono ancora un’aura speciale, un senso che possono acquistare solo nel dialogo fisico tra la loro materialità e lo spettatatore.

Camminare dove hanno camminato loro…

C’è un segreto piacere che accomuna tutti nel rendersi conto di trovarsi nel medesimo luogo nel quale sono accaduti fatti straordinari, in cui menti geniali hanno immaginato e creato oggetti bellissimi. Il turista che viene a Firenze può benissimo camminare sugli stessi pavimenti e osservare le stesse stanze in cui sono passati Leonardo, Michelangelo, Vasari, Giotto, Donatello, Lorenzo il Magnifico, Cosimo, Dante. Ma non sempre il passato ci ha consegnato intatti i luoghi dei nostri antenati.

Sulle tracce di Dante

Così chi visita la Casa di Dante a Firenze può anche immaginarsi di star passeggiando nei luoghi nei quali ha vissuto il grande poeta, soffermarsi nella camera in cui ha iniziato a scrivere la sua Commedia pensando alla sua Beatrice.

Ma in pochi sanno che l’attuale casa a Firenze forse non ha mai ospitato Dante, sicuramente non ha mai visto neppure un verso della Commedia e il suo aspetto attuale è dovuto più ad un architetto aretino dell’Ottocento – Giuseppe Castellucci – che ai fiorentini contemporanei di Dante.

Una casa per Dante

Gli edifici che infatti oggi ospitano il bel museo Casa di Dante sorgono sul luogo nel quale nel Duegento esistevano le case della famiglia dei Giuochi, di cui sopravvive soltanto la torre. Alla ricerca di monumenti che potessero celebrare le glorie passate della neonata Italia unita molti studiosi si spinsero nell’analisi dei documenti per identificare il luogo dove doveva aver vissuto Dante. Dopo moltissime polemiche e dubbi autorevoli fu scelto questo luogo, demolite molte strutture che si pensavano successive e ristrutturato tutto quanto secondo un’idea di Medioevo molto discutibile. Finito il lavoro, la casa fu inaugurata nel 1911, anche qui tra numerosissime e fiorentinissime polemiche.

Ma perché allora proprio qui?

“Li antichi miei e io nacqui nel loco / dove si truova pria l’ultimo sesto / da quei che corre il vostro annual gioco”. È sempre Cacciaguida, il trisavolo di Dante, che nel paradiso racconta la Firenze antica all’interessatissimo Dante che sa di non poter mai più rivedere quei luoghi, che mai ritornerà dal suo esilio. E come quando si riscoprono antiche fotografie di famiglia scattate nei medesimi luoghi nei quali viviamo oggi, magari un po’ mutati, Dante immagina che il suo avo gli descriva l’ubicazione della casa nella quale è nato.

L’abitazione degli Alighieri a Firenze era sempre stata nel centro più esclusivo della città, nel ‘sestiere’ dove era sorto l’antico accampamento romano, dove vivevano le più nobili e antiche famiglie fiorentine, discendenti da quei romani che si ritenevano i fondatori della città. Cacciaguida è precisissimo: “La nostra casa si trova proprio nel punto in cui colui che corre l’annuale palio cittadino in onore del patrono San Giovanni entra nel sestiere di porta San Pietro”.

Palio, ‘sestiere’, quartieri e vetrine

Niente di strano: anche a Firenze si correva un palio in occasione della festa del patrono. Ma niente a che vedere con il palio che oggi si corre a Siena: nel Duegento i cavalli correvano all’impazzata nelle vie cittadine senza transenne e senza un percorso prestabilito, ma con soltanto il punto di partenza ad ovest della città e con il punto di arrivo ad est.

Il sestiere di porta San Pietro era considerato il cuore della città antica. Sestieri e non quartieri: in realtà anticamente la città si era suddivisa in quattro parti, una per ogni porta della cattedrale (Duomo, San Pietro, Santa Maria, San Pancrazio), cui si aggiunsero tuttavia intorno all’inizio del XII secolo altre due porzioni: il Borgo Santi Apostoli e l’Oltrarno. Solo tra la fine del Trecento e l’inizio del Quattrocento vennero creati i quartieri che conosciamo oggi e che si disputano la vitella chianina durante il calcio.

Il luogo indicato da Cacciaguida corrisponde all’attuale imbocco di via degli Speziali, dove si trovavano le case degli Elisei, probabilmente legatissimi alla famiglia degli Alighieri (che forse ne erano semplicemente un ramo); ma chi camminasse oggi in via degli Speziali molto difficilmente potrebbe immaginarsi come doveva apparire quel luogo settecento anni fa, tra le vetrine di negozi di lusso e palazzi ottocenteschi frutto del Risanamento: nulla a che vedere con qualcosa di medievale.

La classe non è acqua…

Ma perché “l’ultimo sesto”? Cacciaguida – e Dante grazie a lui – con questo velocissimo accenno ci informa di un’altra antica tradizione fiorentina. La divisione in quartieri e in sestieri non serviva ad incentivare divertenti rivalità cittadine, ma aveva specifiche funzioni di gestione delle risorse, di approvvigionamento del cibo, oltre che ad esigenze belliche. Così quando i fiorentini andavano in guerra, gli abitanti dei sestieri non si schieravano tutti insieme e non tutti avevano le medesime probabilità di sopravvivenza: i primi che si lanciavano nello scontro erano gli abitanti dell’Oltrarno, quasi tutti fanti leggeri, mentre i cittadini di San Piero componevano la dietroguardia, il corpo scelto dell’esercito. Gli antenati di Dante e Dante stesso erano infatti cavalieri, gente in grado di mantenere un cavallo da guerra e che si lanciavano sui nemici per dare loro il colpo finale: guerrieri privilegiati, proprio perché esponenti della parte più antica e nobile della città.