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Il penultimo episodio di questa stagione può essere visto come una transizione anche se, in realtà, può essere considerato un episodio corale in quanto tutti i personaggi sono coinvolti mostrando le loro vulnerabilità.

Due facce della stessa medaglia

Dolore, una sensazione che tutti noi vorremmo evitare, nascondere e sconfiggere purtroppo inevitabilmente senza successo. In questo episodio la sofferenza incombe particolarmente sulla vita di due personaggi: Giuliano De Medici e Sandro Botticelli. I due giovani soffrono per la stessa ragione, la morte di Simonetta, ma affrontano questo dolore in due modi diversi. Giuliano, data la sua natura da giovane ribelle e scapestrato, si dedica ai piaceri effimeri dell’alcool cercando in esso una via d’uscita, un modo per dimenticare. Dedicandosi esclusivamente al bere, il suo atteggiamento diventa ancora più superficiale ed instabile, soprattutto nei confronti della propria famiglia. L’unica persona che gli mostra un appoggio è la madre, Lucrezia, che cerca di farlo riflettere e di riportarlo alla ragione ricordandogli che ormai anche lui ha delle responsabilità alle quali deve adempiere anche per amore di Simonetta. Dall’altro lato, invece, si ha la reazione di Botticelli, il quale, dopo la morte della sua musa, decide di abbandonare la propria arte credendo di non poter avere mai più una ragione per dipingere. Lorenzo, non essendo in grado di sostenere ed aiutare il fratello, cerca di far ragionare l’amico facendo anche leva alla sua vanità di artista, ottenendo solo il suo appoggio di amico e non più di artista. Sia Giuliano che Sandro credono rispettivamente di essere gli unici ad avere il diritto di soffrire per la perdita della ragazza amata, arrivando, per questo motivo a scontrarsi. Durante la colluttazione, i due si accusano a vicenda (di cosa?) e decidono di chiudersi nella propria rabbia voltandosi le spalle e sciogliendo la loro amicizia. In questo episodio viene messo in luce come il dolore possa essere un’emozione incontrollabile e spesso, come in questo caso, possa portare le persone ad attaccarsi e ad allontanarsi invece che ad unirsi e a supportarsi vicendevolmente.

Un tradimento a più volti.

In questo episodio viene organizzata una congiura da parte della famiglia Pazzi che dovrebbe portare, obbligatoriamente, all’uccisione in contemporanea dei due fratelli Medici in modo da evitare una reazione da parte di uno dei due.

Francesco Pazzi, euforico all’idea di mettere fine al dominio della famiglia Medici, progetta, assieme a suo zio ed a Montesecco, con minuziosità quasi maniacale, la congiura contro i due fratelli. Il giovane Pazzi è accecato dalla sua personale rabbia nei confronti di .

L’ira lo trascina all’impazienza e il suo tentativo di congiura si dimostra quasi maldestro nelle proprie scelte. Pur di mettere fine al potere dei fratelli Medici è disposto a fare qualsiasi cosa, persino ad ucciderli nella cattedrale di Firenze durante la messa pasquale. Questo episodio mette in luce un altro lato di Francesco che, fino ad adesso, era rimasto assopito. La sua vulnerabilità, il suo desiderio di potere e di rivalsa non solo sulla famiglia rivale, ma, soprattutto sulla propria famiglia per la quale non si è mai ritenuto abbastanza importante.

Un ruolo importante e ben diverso da quello di Francesco lo assume il papa Sisto IV interpretato da Raoul Bova. In questo frangente il sommo pontefice rappresenta la parte accondiscendente ed a tratti indifferente nei confronti di questo tradimento ai danni della famiglia che per anni gli era stata vicina. La famiglia Pazzi coinvolge Sisto IV nel piano per poter ottenere il consenso ad agire da parte del Santo Padre, ma egli non esprime mai un proprio placet nei confronti dell’omicidio. Addirittura, si mostra quasi sofferente per questa scelta che va contro i suoi ideali. Nonostante i propri dubbi, il pontefice, decide di concedere il proprio aiuto alla famiglia Pazzi, consapevole e noncurante delle conseguenze. Raoul Bova si è mostrato particolarmente adatto nell’interpretare un ruolo controverso ed a tratti indecifrabile come quello del Papa risultando molto credibile agli occhi del pubblico e portando, sul piccolo schermo, un’interpretazione ottima.

Nel corso dell’episodio appare un altro personaggio, Carlo De Medici. Zio di Lorenzo e Giuliano, nella serie, viene descritto come coetaneo del capostipite Lorenzo mentre, al contrario, nella realtà egli era più grande di circa una ventina di anni. All’inizio dell’episodio, il giovane cattolico viene rapito da Montesecco in quanto aveva assistito all’omicidio di un uomo che aveva origliato la conversazione tra il mercenario stesso, Francesco Pazzi e Salviati. Durante il colloquio, i tre infatti stavano progettando la congiura e l’assassinato aveva riferito il loro piano proprio al giovane zio di Lorenzo. A causa del rapimento, Carlo diventa la parte silenziosa di questa congiura contro la sua famiglia, dato che viene costretto a tacere ogni contatto con il nipote. Durante l’episodio Clarice si reca a Roma per parlare con il papa a nome del marito, ma, data la sua lunga amicizia con Carlo de Medici, la donna decide di parlare anche con il giovane religioso notando però una certa stranezza nel suo essere diventato improvvisamente taciturno. Montesecco e Salviati concedono a Carlo di incontrare l’amica ma viene costretto a mentire ed a tacere la propria condizione di ostaggio. I sospetti di Clarice aumentano quando Carlo non si presenta a Firenze insieme al seguito papale come aveva promesso. Per giustificare questa sua assenza, Salviati aveva concesso a Carlo di scrivere un biglietto di scuse alla giovane Orsini. Il biglietto, però, rappresenta un tentativo di allerta da parte del fedele, il quale decide di scrivere in latino, nonostante sapesse che la donna non lo conoscesse. Questa coincidenza viene prontamente notata da Clarice, la quale capisce che i suoi sospetti erano fondati e che l’amico è in una situazione difficile.

 Speranza ed equilibrio

Sin dall’inizio Lorenzo De Medici rappresenta una figura ottimista, speranzosa e di equilibrio. In questi ultimi momenti della serie continua a mostrarsi come tale, cercando di riportare pace tra il fratello e l’amico Botticelli, tentando di portarli sulla via del compromesso. Spesso, questa parte troppo ottimista di Lorenzo risulta un limite ed un tratto negativo della sua persona, soprattutto se messo a contrasto con la natura ribelle del fratello o con quella emotiva e vulnerabile del vecchio amico Francesco Pazzi. Il capostipite Medici cercherà di fare tutto ciò che è in suo potere per arrivare alla pace con il Papa Sisto IV, ma senza successo, dato che anch’egli ha perso fiducia nel capo della Chiesa e nutre dei sospetti sulla sua lealtà ed amicizia. Il giovane Lorenzo è colui che alla guerra ed alla violenza preferisce la diplomazia ed è anche per questo che se egli incontra spesso tradimenti e nemici è perché la propria speranza di riportare pace e tregua nella repubblica Fiorentina viene vista come un inganno. Ciò che rende ed ha sempre reso il capo dei Medici una figura carismatica è il suo senso del dovere e di giustizia e, proprio a causa di ciò, in questo episodio risulta quasi essere un personaggio di sfondo e di essere una sorta di paciere, non solo tra Giuliano e Botticelli, ma anche tra la città di Firenze ed il papa. Il suo essere speranzoso, però, non è da considerare solo come una debolezza, ma anche come arma. Il desiderio di Lorenzo è sempre stato quello di guidare il proprio popolo e non di governarlo o sottometterlo. Per realizzare questo suo desiderio la speranza e l’ottimismo sono armi importanti per ottenere l’appoggio del popolo, molto più forti ed utili della violenza.