I domiciliari sono considerati la soluzione al sovraffollamento delle carceri. Ma l’arresto del magrebino ai domiciliari che spaccia nel giardino di casa apre a due diverse chiavi di lettura: il fallimento e il successo.

La notizia dello scandalo ai domiciliari.

«Ai domiciliari spaccia nel giardino di casa» è il titolo di una notizia di cronaca aretina di qualche giorno fa. Si può pensare che qualcosa non torni: come è possibile che un arrestato spacci? Probabilmente qualcosa non ha funzionato o forse è tutto ok?

Tra i domiciliari giuridicamente si distingue l’arresto dalla detenzione. L’arresto domiciliare è una misura cautelare che è disposta prima della sentenza. La detenzione è invece un metodo di espiazione della pena. Ciò che però hanno in comune è l’obbligo di rimanere presso la propria abitazione. E’ quindi ovvio che se non è efficiente l’arresto non lo è nemmeno la detenzione.

La soluzione politica.

Ultimamente i governi hanno sempre considerato i domiciliari come soluzione per il sovraffollamento delle carceri. Già nel governo Monti il ministro della Giustizia, Paola Severino, prevedeva come pena principale la detenzione domiciliare. Nell’aprile del 2014 con il governo Letta sono stati approvate dal parlamento le leggi delega al governo per la riforma. Ad oggi però i decreti non sono stati ancora emanati.

Il fatto che dopo 4 mesi di arresti lo spacciatore sia stato scoperto apre le porte a due chiavi di lettura. La prima, di chi ne vede il fallimento, argomenta considerando che se è stato scoperto dopo 4 mesi probabilmente ha ripetuto il reato per tutto il tempo e quindi i domiciliari sono perfettamente inidonei. La seconda, di chi ne vede il successo, evidenzia che nel caso in cui il detenuto non rispettasse la legge le forze di polizia sono in grado di accorgersene subito ovvero arrestarlo nuovamente e la notizia aretina ne è la conferma.